Alla fine ciò che riassume di più questa 83esima Mostra del cinema di Venezia è l'abbraccio tra lei, Maggie Gyllenhaal, la Presidente della Giuria e la danese May el-Toukhy, Leone d'oro per il suo Woman Unknown che ha fatto piazza pulita di tutti i pronostici. Quasi tutti, io e diversi tra i miei colleghi avevamo intuito che poteva essere l'outsider che faceva al caso giusto per questa Venezia 83, soprattutto per Maggie Gyllenhaal. Mi ha ricordato molto ciò che successe nel 2021, quando L'Evenement della Diwan, altro film molto potente, femminista e sotto traccia rispetto a nomi più blasonati, si prese una vittoria che lasciò la stampa generalista di stucco. C'erano anche allora Stephan Brizé, Mario Martone, Paul Schrader, c'era proprio la Gyllenhaal, con La Figlia Oscura, che si portò a casa la miglior sceneggiatura. Corsi e ricorsi, Venezia del resto non ne è affatto poco avvezza. La nomina della Gyllenhaal a dirla tutta qualche malumore l'aveva lasciato per strada. Non all'altezza, americana (e donna tanto per cambiare) si diceva. Certo, su quest'ultimo punto non è che ci fosse molto da polemizzare, quest'edizione ha avuto solo la el-Toukhy e Rachel Szor come registe donne in concorso. Davvero triste, e infatti la regista danese, commossa per il premio, ha ricordato il problema, che appare di difficile risoluzione e analisi anche. Ecco perché questo Leone d'oro di certo non spegne, ma alimenta per molti le riflessioni.
Venezia 83 ha dovuto fare i conti, come ricordato da Alberto Barbera, con il boicottaggio delle Major hollywoodiane. Gli incassi sono ritenuti ad oggi a rischio a causa della critica dei Festival, quindi niente grandi produzioni con i grandi nomi di richiamo. Si è quindi deciso di affidarsi a titoli più autoriali, anche accettando il rischio di prendere qualche cantonata. In cambio però sono arrivati film bellissimi come Look Back di Hirokazu Kore'eda, Possible Love di Lee Chang-dong che si è preso il Gran Premio della Giuria, 15/18 (A Place to Heal) di Cédric Khan (Premio Mastroianni a Malou Khebizi) o Bunker di Florian Zeller. Ma guardando i premi, si capisce anche molto il piglio decisionista della Gyllenhaal, con tutti i pro e contro. Tra i pro il coraggio di premiare opere divisive ma autentiche, dal grande contenuto politico. Su tutti Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, straordinario e durissimo documentario sulla tragedia di Gaza, che si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria. Molta politica anche in Wild Horse Nine di McDonagh, dramedy sui misfatti della CIA durante la Guerra Fredda, con un magnifico John Malkovich vincitore della Coppa Volpi. Un bon pétit soldat del solito Brizé, paladino dei diritti dei lavoratori, si è preso il premio alla Miglior Sceneggiatura. Ma Woman Unknown si porta a casa anche la Coppa Volpi al femminile, alla bravissima Mathilde Arcel.
Per chi non lo sapesse, la accoppiata Leone d'oro-Coppa Volpi (maschile o femminile) è abbastanza rara nella storia della Biennale. Successe ad Amleto di Laurence Olivier, La storia di Qiu Ju di Zhang Yimou, Tre colori - Film blu di Kieślowski. Il Leone è andato a Woman Unknown ma c'era l'imbarazzo della scelta in Concorso. La Arcel ha meritato il premio, che fosse finito ad Alba Rohrwacher, le sorelle Mara o la nostra Valeria Scalera in Il fuoco che ti porti dentro, non ci sarebbe stato demerito di sorta. Coraggioso premiare per la Miglior Regia l'estremo DAU di Il'ja Chržanovskij, autore controverso eppure affascinante. Venezia, negli ultimi anni, ha però spesso pagato un eccesso di personalismo da parte dei Presidenti di Giuria. L'anno scorso Alexander Payne spinse per il Leone a Jim Jarmusch e il suo Father Mother Sister Brother, che aveva davanti non pochi titoli più meritevoli. Nel 2022 Julianne Moore insistette per premiare Laura Poitras per il suo Tutta la bellezza e il dolore, che poi non trovò di meglio che criticare il Festival. L'Italia intanto mastica amaro. Nanni Moretti e Succederà questa notte non sono andati oltre l'affettuoso applauso. Bene De Angelis e applausi ad Adriano Giannini per la performance in Ritorno a Buenos Airesdi Bechis, ma rimane il fatto che Serpenti di De Paolis e Dio Ride di Veronesi il Concorso forse lo avrebbero meritato.
L'Italia si rifà con Riccardo Scamarcio, premiato nella sezione Orizzonti per la sua interpretazione nel toccante I figli della scimmia di Tommaso Landucci, che si porta a casa assieme a Damiano Femfert anche la Miglior Sceneggiatura. Ma per il resto il nostro cinema deve rivedere qualcosa, forse. Ragioniamo per recupero del passato? Venezia 83 però è stata anche l'edizione dell'Intelligenza Artificiale, di Be Brave di Francesco Carrozzini, dedicato a Renzo Rosso e la Diesel. Anche qui polemiche su opportunità e ragioni, ma anche tanti panel, approfondimenti. Pietrangelo Buttafuoco, il Presidente della Biennale giustamente guarda numeri, dati, è orgoglioso della varietà dei film, dei risultati, di Antonio Barbera, che tanto ha fatto per la Mostra del Cinema che rimane ad ogni modo un momento imperdibile: difenderne identità, indipendenza, il suo essere un contenitore trasversale, è una sfida che non smette di affascinare.
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Sono nato a Padova nel 1985, da sempre grande appassionato di sport, cinema e arte, dopo dodici anni come allenatore e scoutman professionista nel mondo della pallavolo, ho deciso di intraprendere la carriera di giornalista.
Dal 2016 ho cominciato a collaborare con diverse riviste cartacee e on-line, in qualità di critico ed inviato presso Festival come quello di Venezia, di Roma e quello di Fantascienza di Trieste.
Ho pubblicato con Viola Editrice "Il cinema al tempo del terrore", analisi sul cinema post-11 settembre. Per Esquire mi occupo di cinema, televisione e di sport, sono in particolare grande appassionato di calcio, boxe, pallavolo e tennis.
In virtù di tale passione curo anche su Facebook una pagina di approfondimento personale, intitolata L'Attimo Vincente.
Credo nel peso delle parole, nell'ironia, nell'essere sempre fedeli alla propria opinione quando si scrive e nel non pensare mai di essere infallibili.