VENEZIA - Aumento degli affitti, vocazione della città stravolta, mancanza di spazi fisici, assenza di ricambio generazionale. Venezia, il suo centro storico insulare, è un paradigma per tutti i centri storici delle città italiane. Che stanno perdendo via via il proprio tessuto commerciale di vicinato, fatto di negozi e attività artigianali. Non i supermercati (quelli a Venezia sono stati sbloccati negli anni Novanta dalla liberalizzazione delle medie superfici di vendita), non l'artigianato di qualità (a Venezia stanno rifiorendo botteghe e festival che ereditano la grande tradizione manifatturiera). Quello che viene meno è la bottega di prossimità, il macellaio, il fornaio, il fruttivendolo. Presidio commerciale ma anche sociale. Così come gli artigiani al servizio della residenza: idraulici, restauratori, tappezzieri. Commercio e artigianato vanno a braccetto.
Lo raccontano i dati. Quelli dei negozi, tanto per cominciare, eleborati dall'ufficio studi di Confcommercio. Dal 2012 al 2025 le attività di commercio al dettaglio in centro storico sono scese da 1.403 a 1.171, i negozi di prodotti alimentari sono scesi da 110 a 70, di converso gli alberghi sono passati da 185 a 204, le altre forme di alloggio (b&b e appartamenti) da 219 a 337, i ristoranti da 374 a 497, ma i bar (attività di prossimità) sono scesi da 287 a 278. Per le botteghe artigianali, secondo i dati di Confartigianato, l'analisi è su un periodo più lungo: dal 1963 i fabbri sono scesi da 54 s 12, i falegnami da 101 a 21, i tappezzieri da 58 a 7, i calzolai da 98 a 5, i panificatori da 56 a 14, gli orologiai da 28 a 3. Ciascuno di questi numeri racconta fenomeni diversi, ma tendenzialmente fotografa una città che ha perso residenti (attualmente siamo sotto i 48mila nel centro storico), ma che si è votata sempre più a un mercato turistico, indirizzando i negozi a vendere merce destinata ai "foresti" più che ai residenti. Quello che viene a mancare è il tessuto sociale, garantito anche da negozi e botteghe.
«Condivido l'appello del presidente dell'Ascom di Vittorio Veneto Giuseppe Partata, che ha scritto alla premier Giorgia Meloni per salvare i negozi di vicinato - dice Roberto Panciera, presidente di Confcommercio Venezia - Ci vuole una indennità a chi con atto di coraggio apre e gestisce un negozio. Ma anche i Comuni possono intervenire, ad esempio abbassando la Tassa rifiuti, agendo sulla leva fiscale. E poi non è solo una questione di aiuti diretti, ma di ripensare il "sistema città", ricreare la socialità. Siamo in una situazione emergenziale e chiediamo un tavolo permanente al Comune, in cui far sedere le categorie ma anche gli assessori. Non solo quello al commercio, ma anche il turismo, il bilancio, la casa, la mobilità... Perché la gente nei negozi la si deve anche portare».
Cosa perde una città se i negozi chiudono
E sulla stessa posizione è anche Giampaolo Toso, presidente della Cna veneziana. «Un tavolo permanente serve, perché quello dello svuotamento dei centri storici è tema trasversale. I Comuni qualcosa possono fare: Mantova, ad esempio, destina una somma mensile a chi apre un'attività in centro storico. Non è molto, ma è un segnale. Venezia potrebbe utilizzare parte delle entrate della Tassa di soggiorno o del contributo d'accesso, per destinare e entrate dal turismo alla salvaguardia delle attività di vicinato». Più ampio il ragionamento di Matteo Masat, direttore di Confartigianato Venezia. «Negli anni - osserva - la perdita di botteghe legate alle esigenze quotidiane della città è stata costante. Per chi continua a viverci o a lavorarci, questo significa meno possibilità di trovare vicino a sé un prodotto, una riparazione o un servizio. Per gli artigiani ancora attivi, significa operare in una rete di mestieri e di clienti stabili sempre più ridotta. Sostenere queste imprese è dunque parte della tutela della vivibilità del centro storico». «Non dimentichiamo - aggiunge Masat - che su circa mille nostri associati, più della metà vive in centro storico e quindi ha una doppia ricaduta positiva sulla città. Ma restarci è sempre più difficile. Le botteghe hanno bisogno di spazi e gli affitti sono sempre più alti».
Tema centrale, del resto, quello degli affitti. Negli ultimi tempi hanno fatto notizia due storie, quella di Signor Blum, storico negozio di artigianato in legno di Campo San Barnaba, che ha dovuto lasciare la storica sede dopo 35 anni per la scadenza del contratto e un rinnovo proposto triplicato, da 2mila a 6mila euro al mese. E quello della gelateria Tarcisio di San Rocco, che si è vista aumentare il canone da 6mila a 8mila euro al mese. Conseguenze: Signor Blum deve spostarsi a fine anno non si sa dobe, Tarcisio chiude. In parallelo c'è qualcos'altro che cresce: take away, kebab, friggitorie e pizze al trancio nelle zone centrali sono 200-250. A Cannaregio e San Marco da soli ci sono più di 600 locali food in due chilometri quadrati. Un certo turismo si mangia la città. E non sempre va in cerca della qualità.