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Vergara in esclusiva al Mattino: «Volevo smettere, adesso sogno ad occhi aperti con il Napoli»


Cosa fa nel tempo libero?
«Poco, qualche volta stiamo insieme con Marianucci e Lucca. Ci piacciono i giochi da tavolo, anche rispolverare il vecchio Monopoli».

Frattamaggiore, per tutti, è Lorenzo Insigne.
«Pure per me. Io l’ho visto l’altro giorno nel ritiro di Genova, per me è stato sempre un mito come per tutti i ragazzini frattesi che lo vedevano in tv».

Quante volte ha sognato la notte di Champions con il Chelsea?
«Tante, ma ogni volta ho cambiato il finale del sogno. Perché la vittoria e il passaggio di turno del turno non sono arrivati e questo ha reso amara quella serata».

Quando era a Reggio Emilia si aspettava che un giorno sarebbe arrivato fin qui. 
«Volevo diventare un calciatore del Napoli, ho lottato e stretto i denti per arrivare fin qui, ma non avrei mai creduto di poter essere un uomo chiave di questa squadra. Non ho mai mollato. Di sacrifici ne ho fatti tanti: a 18 anni ero in un monolocale a Vercelli, praticamente da solo. La mia gioventù è andata via così. Ma ne è valsa la pena».

Cosa le mancava di più?
«Gli amici, le uscite la sera, la mia famiglia. Cose normali che lì non avevo».

A chi deve di più?
«A Mario Giuffredi, il mio agente: perché ha creduto in me quando non c’era più nessuno che credeva in me. E poi a mio padre, il mio punto di riferimento ogni giorno».

Stava mollando in questa lunga strada verso la gloria?
«Tante volte. Ma quando ho rotto il crociato stavo alzando bandiera bianca. Ho chiamato i miei e ho detto che ero pronto ad andare a lavorare nella nostra concessionaria d’auto a Caivano. È stato un momento buio».

Lei abita nei Campi Flegrei: paura del bradisismo?
«No. Sto a Baia, la casa è sicura, antisismica. La convivenza con le scosse non è impossibile».

Che serie A è questa?
«Vedo tante squadre che si sono rinforzate, mi sembra un campionato molto più equilibrato e competitivo rispetto a quello della passata stagione».

Domani arriva il Como. 
«Sono impressionato dal loro mercato. È una bella realtà. Io lì? So solo che il Napoli non ha mai pensato di cedermi. Neanche per un istante. E questa è una cosa che mi ha riempito d’orgoglio. Sentire la fiducia del mio club, rinnovare per la squadra del mio cuore è un’emozione difficile da descrivere. E il nuovo contratto è la prova che davvero credono in me».

Di Lorenzo un giorno potrebbe lasciare a lei la fascia da capitano?
«Un giorno che spero sia molto lontano. Perché un capitano come lui non si trova. È unico, difficile averne uno di migliore».

Ma in campo lei dove si vede?
«Trequarti, mezzala.... Intanto mi muovo per il campo, vado di qua e di là. Ma si vede, o no?».

Tanto, dice Allegri, quelli bravi la posizione la trovano da soli.
«Vero. Ti giri attorno, vedi gli spazi dove sono e capisci dove posizionarti per poter far male. Non è una cosa semplice da fare, però».

C’è una distanza tra voi e l’Inter?
«Per adesso mi pare che ci sia zero: noi abbiamo tre punti come loro, conta la classifica».

Cosa l’ha colpita di più di Allegri?
«Cerca di creare un legame personale e diretto con ognuno di noi. Scherza, ride, è ironico, fa battute. Una cosa che io apprezzo molto».

E Conte?
«Era un maniaco della vittoria. Una mentalità unica. Anche se hai vinto 4-0 la sera prima, il giorno dopo lo vedi lì incazzato perché sta già pensando a come vincere la prossima partita».

Quale è la strada giusta per vincere: stare incazzati?
«Come sempre, a mio avviso, c’è una via di mezzo».

Quello che lei fa in campo lo fa pure in allenamento?
«In realtà, in partita mi lascio andare, mi dà più enfasi l’atmosfera del match. Durante la settimana faccio cose un po’ più normali».

Scelga uno tra McTominay e De Bruyne da invitare a cena.
«Tutti e due, perché devo scegliere?».

Cosa ruberebbe ai due?
«Di De Bruyne ammiro la sua tranquillità costante, i tempi che sa dare al gioco, il modo che ha di controllarlo. Di Scott come occupa l’area di rigore, il suo attaccare sempre nella maniera giusta».

Di scudetto parlate tra di voi?
«No e credo che non sia una questione di scaramanzia. Giusto lavorare senza pensarci».

Con Pio Esposito in Nazionale sarebbe una gran coppia made in Napoli?
«Pio è fortissimo, ovvio che la maglia dell’Italia è un sogno che tutti hanno nel cuore. Ma abbiamo un ct come Roberto Mancini che saprà fare le scelte giuste».

Sono davvero otto le squadre che possono vincere il campionato?
«Sì, sono davvero tutte forti. La prima giornata lo ha dimostrato: hanno tutte impressionato all’esordio».

Come siete cambiati rispetto al Napoli di Conte in due mesi?
«Quasi niente. Se metti in campo undici giocatori bravi la posizione giusta se la trovano da soli: se li metti nel 4-3-3 o 4-2-3-1 o 3-5-2 non fa differenza. Senza dimenticare mai i cinque che entrano...».

In effetti, il calcio con questi cinque sostituzioni è cambiato profondamente.
«È così, anche sotto il profilo strategico. Puoi fare modifiche di ogni genere, ti riservi qualcuno, lasci uno più fresco per le fasi finali. Paradossalmente per certi giocatori può essere un vantaggio entrare quando gli altri sono già stanchi: hanno un altro passo e fanno la differenza».

Che sport guarda in tv?
«Il basket Nba, il tennis, e la Formula Uno. Sono sempre stato un ferrarista e adesso tifo per Charles Leclerc».

Napoli è al centro del mondo dello sport in questo momento, l’avvertite questa atmosfera?
«Fa piacere ancora di più da napoletani sapere che qui c’è l’America’s Cup, che l’Italia di pallavolo esordisce a Piazza Plebiscito per l’Europeo. C’è uno sviluppo che è sotto gli occhi di tutti».

Il suo primo pallone?
«Lo ricorda bene mia madre, non era un pallone: erano palline di carta appallottolate perché giocavo in casa e, dopo aver rotto un bel po’ di cose, dovevo evitare di fare danni».

Ma davvero il problema della vostra generazione è che non giocate più in strada?
«Io in strada, a dire il vero, ci giocavo: i tornei dei vicoletti sono tutti impressi nella mia memoria, come le botte che ci davamo e le regole che non c’erano. Però non penso sia questo il problema: bisogna avere il coraggio di puntare sui giovani, farli sbagliare e poi difenderli senza stare sempre lì a puntare il dito al primo errore».

Ma a 23 anni lei si sente ancora giovane?
«No, per nulla. Forse uno dei problemi può essere anche questo: considerare uno di 23 anni un giovane. Spero che anche la mia storia abbia aiutato ad aprire gli occhi a tutti, è come una piccola guerra generazionale: la maturità calcistica non ha età perché la si può raggiungere anche a 18 anni».

In quale Napoli avrebbe voluto giocare? 
«Nel Napoli di Cavani, Hamsik e Lavezzi: era la squadra dei miei sogni. Dove avrei giocato? Li avrei visti dalla panchina».

Ma quando vede tutti questi stranieri che piombano in serie A che pensa?
«Non mi arrabbio ma penso che sia un peccato spendere tanti soldi quando tante belle realtà ce le abbiamo a casa nostra. Come Favasuli. Ma anche tanti altri che non hanno avuto un’occasione. Il problema è qui: bisogna dare ai ragazzi una possibilità».

Un passo indietro: Allegri arriva e le dice...
«Le prime parole mi sono impresse: “Dobbiamo migliorare sulla pulizia tecnica”. Ecco mi ha impressionato. Sapeva già tutto di me».

Il miglior Vergara?
«Contro il Chelsea, nella notte di Champions. Ci è rimasta qui la qualificazione che non è arrivata. A me e a tutti gli altri».

Ora arrivano le sfide al Manchester City, all’Arsenal, al Porto e così via.
«Partite spettacolari. Non vediamo l’ora di vivere di nuovo quell’atmosfera straordinaria che le notti di Champions sanno regalare. Vogliamo fare bene in Europa».

Quando si è fatto male dopo che era diventato titolare nel Napoli, ha maledetto il fato che si è accanito ancora su di lei?
«In realtà me la sono presa con me stesso. Sono stato stupido a non fermarmi subito, al primo fastidio. Avrei saltato solo un paio di partite».

La stagione passata come la giudica?
«Secondi in classifica, la Supercoppa, ci siamo qualificati in Champions: per me è tutto tranne un fallimento. Non ho rimpianti. Ma neppure i miei compagni».

Si aspettava l’addio di Conte?
«Era così legato al Napoli e a Napoli che mi ha sorpreso».

Un film che vedrebbe 100 volte?
«Life in a Year, un anno ancora. Con Jaden Smith. Mi emoziona ogni volta. E forse davvero l’ho visto già cento volte».

Sara Curtis, la campionessa di nuoto, vi accusa di vivere su un piedistallo. 
«Un po’ ha ragione perché pure io non condivido certe scene: a volte quando vedono un calciatore per strada credono di vedere il Papa. Ma non lo siamo. Però io su un piedistallo non ci sto e non mi sento di esserci anche perché fino a poco fa ero io quel bambino che chiedeva un autografo e faceva la foto».

Sui social ci sta poco?
«Gli do il giusto peso. Guardo le cose ma poi mi scivola tutto addosso. Sono solo opinioni...».

Chi vince la Champions?
«Il Barcellona. È la squadra che mi piace fin da piccolo, c’erano i miei idoli, Xavi e Iniesta. Per me sono i più forti al mondo. E poi lì c’è Pedri, uno dei più grandi di tutti».

Con chi avrebbe voluto giocare?
«Zielinski. Lo trovo superbo».

I difensori che più l’hanno impressionato?
«Non è che ho giocato così tanto eh... E allora dico Rrhamani e Marianucci. In allenamento non si superano facilmente».

La gavetta l’ha aiutata?
«Serve. Sicuramente, ma dipende da come la fai, dove la fai, se hai davvero bisogno di farla. La gavetta non è sempre un bene: se a 18 anni un ragazzo è pronto, non ha senso fargli fare un percorso diverso e lungo».

A 40 anni dove si immagina?
«Su un lettino su una bella spiaggia delle costiere amalfitana e sorrentina e anche nella zona flegrea».

C’è davvero differenza tra il nostro calcio e il resto d’Europa?
«Non mi pare che noi andiamo più lenti degli altri, come sento spesso dire. Non vedo chissà che differenze: quando ci confrontiamo con loro, non mi pare che andiamo dietro agli altri».

I colpi di tacco come quello di Marassi come nascono?
«E che ne so! Li faccio e basta. Vengono così: colpi dal nulla».

Obiettivi di questa stagione?
«Non farmi male, per prima cosa. E poi fare più gol e assist dell’anno scorso».

Scelga: semifinale di Champions League o lo scudetto?
«Ahi, se proprio devo: la semifinale in Champions».

Alla fine, mi creda, non ho capito ancora il suo ruolo.
«Tranquillo, neppure io».