Dall’inizio dell’estate la capitale ucraina è costantemente sotto attacco. Gli allarmi aerei durano fino a 20 ore. Kiev è diventata la città con più vittime di tutto il paese. Ma gli abitanti cercano di vivere una vita normale
Lo scoppio improvviso fa alzare di scatto i volti di una dozzina di passanti verso il cielo azzurro. L’eco dell’esplosione si sta ancora spegnendo quando una venditrice di fiori, con una mano davanti al viso per schermarsi dal sole, indica un punto in alto: «Laggiù!». A circa un chilometro di distanza, circa cinquecento metri dal suolo, una macchia di fumo grigio indica dove fino a pochi secondi fa volava un drone russo prima di essere polverizzato da un missile della difesa aerea ucraina. È solo un attimo. Senza altri segni di pericolo imminente ognuno riprende la sua strada.


Siamo a Solomianskyi, lo storico quartiere industriale e operaio di Kiev, costruito alla fine dell’Ottocento dai grandi magnati ebrei e polacchi per i loro zuccherifici e dove ancora oggi hanno sede alcune delle più importanti industrie cittadine. Ma chi non è tra le 350mila persone che chiamano questo quartiere “casa”, ormai cerca di restarci per il più breve tempo possibile. Solomianskyi è uno dei quartieri più bombardati della città, dove ogni giorno, e spesso più volte al giorno, l’aria echeggia delle esplosioni dei droni e dei cannoni dell’antiaerea.
A “Los Solomas”, come il quartiere viene chiamato dai suoi abitanti con ironia, e così nel resto del capitale, la situazione è peggiorata dall’inizio dell’ultima estate. Per Kiev, che pure ha vissuto settimane di assedio all’inizio dell’invasione, e poi quattro anni di bombardamenti, quella che è in corso in queste settimane ora è una nuova fase, una nuova escalation, frutto della combinazione di attacchi aerei russi mai così intensi e di difese aeree mai così deboli. Il risultato è che nei primi otto mesi del 2026, i morti e feriti nelle incursioni russe hanno già superato quelli dell’intero 2025. La seconda è che Kiev è diventata la città con più vittime di tutto il paese. Soltanto a luglio, i russi hanno ucciso o ferito 256 persone nella capitale, il 10 per cento delle vittime in tutto il paese nello stesso mese. «Kiev è diventata una città del fronte», ha detto l’ambasciatrice Ue, Katarina Mathernova.
Forse “città del fronte” è una definizione un po’ forte. A Kiev i ristoranti e i bar restano aperti. Venerdì e sabato sera, migliaia di persone hanno ballato alle celebrazioni di fine stagione del K41, il più celebre club tecno dell’Europa orientale (l’ingresso gratuito, ma è raccomandata una donazione alle forze armate). I supermercati restano pieni, anche se da quando i russi hanno iniziato a bombardare i magazzini della logistica delle grandi catene, qualche spazio vuoto è iniziato a comparire sugli scaffali.
La guerra, però, è diventata una presenza costante, impossibile da ignorare. Secondo le stime più recenti, il 50 per cento delle grandi imprese della regione di Kiev ha ridotto le sue attività. Gli attacchi aerei sono semplicemente diventati troppo frequenti per mantenere la produzione a pieno ritmo. Se prima dell’estate i bombardamenti erano pochi, di grandi dimensioni e concentrati nelle ore notturne, ora gli attacchi sono piccoli, continui e arrivano spesso in pieno giorno. Lo scorso 28 agosto, ad esempio, gli allarmi aerei sono durati per 14 ore, più della metà dell’intera giornata; l’8 settembre, le allerte sono rimaste in vigore per un tempo record di 19 ore. Anche se in molti proseguono la loro vita come se niente fosse, per migliaia di ucraini ogni allarme significa abbandonare quel che stanno facendo e correre nel rifugio più vicino. L’importanza di avere rifugi a portata ha trasformato i parcheggi sotterranei in un lusso ancora più esclusivo. Secondo la società immobiliare City One Development, nell’ultimo anno il prezzo dei parcheggi sotterranei a Kiev è salito del 20 per cento. Il più economico posto auto ha raggiunto i 10mila euro, ossia, al metro, più meno quanto un appartamento di buon livello.


«C’è modo di restare sani di mente in questa situazione? No, non c’è», dice Yuliya Kulyk, 48 anni, impiegata in una clinica per la fertilità nel centro cittadino. Per andare al lavoro Kulyk deve attraversare il fiume Dnipro, ma per mesi, ad ogni allarme il traffico sui ponti veniva fermato e questo, per decine di migliaia di pendolari, ha significato non poter arrivare al lavoro in tempo o non riuscire a tornare a casa. La situazione si era fatta così disperata che un gruppo di abitanti della riva sinistra aveva chiesto il permesso di attraversare a piedi il ponte della metropolitana quando i binari vengono chiusi per un’allerta.
Una settimana fa, governo e municipio hanno trovato un’altra soluzione: dalla scorsa settimana gli allarmi aerei sono stati divisi in due categorie. Rossi, se si prevede l’arrivo di missili balistici o di grossi gruppi di droni, gialli, quando ci sono soltanto un paio di droni in volo. In questo secondo caso, i ponti restano aperti, la metropolitana continua a circolare e non c’è l’obbligo di evacuare gli edifici pubblici dotati di adeguate misure di sicurezza. «Meglio di niente, ma comunque arriva con un anno di ritardo», dice Kulyk.
La decisione di mantenere più servizi e attività aperti anche durante gli allarmi è stata resa obbligata dalla nuova arma che i russi hanno iniziato a usare in modo massiccio contro la capitale: droni a reazione, molto più rapidi dei primi modelli di Geran, la versione russa del drone iraniano Shahed. Questi ultimi sono velivoli essenziali ed economici, dotati di un’elica e di un semplice motore a pistoni (da cui il loro sopranome: moped, motorini). Semplicità significa facilità di produzione, ma anche facilità nell’abbattimento. Alla fine dell’anno scorso, gli ucraini erano arrivati a fermare il 90 per cento dei Geran russi, grazie una combinazione di aerei, elicotteri, droni intercettori, missili e mitragliatrici - una strategia così economica ed efficace che negli scorsi mesi diversi paesi del Golfo avevano chiesto consulenza agli ucraini su come difendersi dai droni iraniani.


Da gennaio, però, i russi hanno iniziato a usare in modo sempre più massiccio il Geran-3, una versione migliorata dello Shahed originale, dotata di un turbogetto che gli consente di volare fino a 500 chilometri all’ora e ad altezze molto maggiori dei suoi predecessori, fuori portata dalla maggioranza delle armi ucraine. La percentuale di intercettazioni è crollata in poche settimane al 60 per cento e i russi hanno decuplicato la loro produzione di questi droni. In tutto il 2025, Mosca ne aveva utilizzati appena 180. Nel solo agosto 2026 siamo già a 2.800.
Nonostante l’aumento dei piccoli attacchi con droni a reazione, quelli che gli ucraini chiamano «attacchi combinati» non sono cessati. Circa una volta a settimana, Kiev viene bersagliata in poche ore da decine di missili e centinaia di droni. Questi sono gli attacchi più temuti, che riempiono le stazioni della metropolitana di persone che decidono per prudenza che è meglio trascorrere lì la notte, piuttosto che essere sorpresi dall’allarme ancora a letto. Secondo le autorità, però, il peggio deve ancora arrivare.


Tra poche settimane, a Kiev e nel resto dell’Ucraina, inizierà la stagione dei riscaldamenti. Un anno fa, anche grazie all’inverno più rigido registrato negli ultimi decenni, i russi sono quasi riusciti a lasciare Kiev completamente senza luce e senza riscaldamento. Anche se la capitale ha tenuto duro, centinaia di migliaia di persone hanno trascorso settimane al freddo e al gelo. Tutto sembra indicare che quest’anno la situazione sarà ancora più difficile. Gli abitanti di Kiev, come Yuliya Kulyk, non possono fare altre che cercare di andare avanti: «Difficile l’inverno più freddo del secolo uno dopo l’altro, no?».
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