Il consiglio di sorveglianza approva all'unanimità il Future Plan 2030 di Oliver Blume: gamma dimezzata, quattro stabilimenti tedeschi senza un futuro produttivo già scritto, 135 miliardi di investimenti. E un numero, 100.000, che pesa come un macigno.
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Doveva essere una trattativa fiume, si è chiusa con ventiquattro ore di anticipo. Il 3 settembre il consiglio di sorveglianza del Gruppo Volkswagen ha approvato all'unanimità il piano di ristrutturazione presentato da Oliver Blume, battezzato Future Plan 2030. Un voto compatto che arriva dopo mesi di scontro frontale con i sindacati e che consegna all'amministratore delegato il mandato più ampio mai ottenuto per rimettere in ordine un colosso che comprende Audi, Porsche, Bentley e Skoda.
Il numero che salta agli occhi è 50.000. Tanti sono i posti di lavoro che il gruppo prevede di sacrificare in aggiunta a quelli già messi in conto, portando il totale delle riduzioni a quota 100.000. Solo la nuova tranche vale circa l'8% della forza lavoro globale rilevata a fine dello scorso anno. Volkswagen non ha chiarito né i tempi né la distribuzione tra marchi e Paesi, ma ha precisato un dettaglio non banale: la sforbiciata toccherà anche le posizioni manageriali. Blume in passato aveva anticipato che metà dei risparmi dovrà arrivare dalla Germania, il che lascia intuire una ventina abbondante di migliaia di uscite in patria.
Il piano non si limita al personale. Entro il 2035 la gamma del gruppo verrà ridotta di circa il 50%: significa dire addio a decine di modelli, versioni e nicchie che oggi si contendono gli stessi clienti moltiplicando costi di sviluppo e complessità industriale.
Stessa logica per il perimetro societario. Le partecipazioni e le attività verranno passate al setaccio e resteranno in casa solo quelle con un contributo strategico e finanziario evidente al core business. Tutto il resto verrà ceduto o riorganizzato, patrimonio immobiliare compreso. In parallelo Wolfsburg conferma 135 miliardi di euro tra investimenti e ricerca e sviluppo nel quinquennio che va dal 2027 al 2031, con un obiettivo di vendite fissato attorno ai 9 milioni di veicoli l'anno e una marginalità del 9 per cento entro il 2030. Per capire la distanza da colmare basta un dato: nel secondo trimestre il margine del gruppo si è fermato al 4,2%.
Nessuno stabilimento chiude, almeno per ora. Ma l'azienda ha ammesso apertamente di avere in Europa un eccesso di capacità produttiva pari a circa 500.000 vetture l'anno e ha messo nero su bianco che quattro siti tedeschi, Emden, Hannover, Neckarsulm e Zwickau, oggi non hanno una produzione competitiva da avviare quando gli attuali modelli usciranno di scena, tra il 2031 e il 2034.
Per questi impianti si stanno valutando usi alternativi. Traduzione: riconversione, riorganizzazione o, secondo indiscrezioni raccolte da fonti vicine al dossier, un passaggio sotto una nuova proprietà. È la formula che consente al management di guadagnare tempo senza pronunciare la parola chiusura.
La partita è stata durissima. Contro il piano si erano schierati i rappresentanti dei lavoratori e la Bassa Sassonia, che detiene il 20 per cento dei diritti di voto e due seggi nel consiglio di sorveglianza. Le leader sindacali Christiane Benner e Daniela Cavallo rivendicano di aver evitato un'escalation pericolosa: nessuna fabbrica abbandonata e, soprattutto, ritiro dell'ipotesi di separare il marchio Volkswagen dalla divisione componenti.
Il consiglio di fabbrica smorza poi la portata della cifra simbolo: quei 50.000 esuberi sarebbero un'ipotesi di pianificazione derivata dall'obiettivo di margine, non un numero scolpito nella pietra. Restano inoltre in vigore le tutele del pacchetto siglato nel 2024, che escludono i licenziamenti forzati fino a tutto il 2030.
Il contesto spiega la fretta. In Europa avanzano i costruttori cinesi guidati da BYD, MG e Chery, che erodono quote proprio nei segmenti dove il gruppo tedesco ha sempre fatto volumi. Sul fronte azionario, la famiglia Porsche Piëch, che controlla la maggioranza dei diritti di voto tramite Porsche SE, spinge per accelerare mentre rendimenti e dividendi soffrono. Blume lo ripete da mesi: non si può finanziare la transizione verso elettrico, batterie e software trascinando la stessa struttura di costi di dieci anni fa.
I mercati hanno gradito. Gli analisti di Citigroup parlano di una scelta coraggiosa e la definiscono esistenziale per l'azienda, mentre Deutsche Bank osserva che l'accordo non risolve tutti i problemi ma toglie di mezzo il dubbio peggiore, quello sulla capacità del gruppo di prendere decisioni scomode. Più tagliente il commento di Union Investment, tra gli azionisti: adesso la palla è interamente nelle mani del board, e di alibi non ne restano.