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Woman Unknown, com'è il film premiato con il Leone d'oro a Venezia 83


Woman Unknown è il film vincitore dell'ottantatreesima Mostra del Cinema di Venezia. La giuria, presieduta da Maggie Gyllenhaal, ha assegnato all'unico film di fiction diretto da una donna in concorso non soltanto il Leone d'Oro, ma anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile (nello specifico alla protagonista Mathilde Arcel). Woman Unknown (titolo originale Kvinde Ukendt) è stato diretto da May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane, ed è una produzione di Danimarca, Svezia, Lettonia. In Italia il film sarà distribuito da Lucky Red.

È la storia di Marie (Arcel), che sta per sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. Per lei, il matrimonio significa diventare la signora della casa. Ma c’è un segreto che potrebbe mandare tutto in frantumi.

Non era tra i favoriti per una vittoria questo Woman Unknown, o almeno non è stato tra i film più amati dai giornalisti presenti al festival. Sono stati più amati Wild Horse Nine, Possible Love, NAZA, Dau e Look Back, il film del maestro giapponese Hirokazu Koreeda a cui, un po' a sorpresa, non è stato assegnato neanche un premio.

Eppure Woman Unknown è un film bellissimo. Non è un horror, ma dell'horror ha l'atmosfera e alcune soluzioni stilistiche: c'è un nemico invisibile, nel film, ed è la Resistenza danese che prende di mira le donne che avevano avuto rapporti con gli occupanti. Non ha un volto, ma è sempre presente nell'aria, ha un ascendente terribile sui personaggi alimentandone le paure e innescando reazioni poco lucide e dettate dal panico. Il nemico di Marie è nella pancia delle persone, è quell'imprevedibile e pericolosissimo spirito di branco che, con uno dei (numerosi) grandi colpi di regia, May el-Toukhy inquadra dall'alto, durante una parata della Resistenza, richiamando il repertorio figurativo del totalitarismo.

C'è un altro bel colpo di regia, ambientato in un palazzo dove la Resistenza giustiziava i suoi nemici: fino a quel momento, le inquadrature hanno assecondato la fissità, i tempi dilatati del film, ma, su una colonna sonora (bellissima) simile a tamburi metallici, improvvisamente l'operatore corre al centro della stanza, come se la telecamera fosse stata sollevata da un cavalletto e tenuta a mano. Quindi partono una serie di sovrimpressioni. È una bella scossa. Contribuisce ad addensare il senso di perenne minaccia in un film claustrofobico, pieno di oscurità, di gravità.

Durante la conferenza stampa della giuria, Woman Unknown è stato paragonato a La zona d'interesse di Jonathan Glazer, ma quando una svastica compare come una maledizione da far venire il groppo alla gola sul portone di Marie e Christian, il film sembra qualcosa che potrebbe piacere a Robert Eggers: d'altra parte le azioni della Resistenza ricordano una caccia alle streghe ed Eggers sulla caccia alle streghe potrebbe farci un film, anzi ce l'ha fatto. Anche la pulizia dell'inquadratura, la palette cromatica, la regia controllata fanno venire in mente che tra i due registi ci sia sintonia artistica.

Woman Unknown, si è davvero colpevoli?

L'aspetto più interessante di Woman Unknown è sfidare continuamente i nostri automatismi interpretativi, per cui Resistenza = i buoni e donne = vittime. Il film fa compiere alla protagonista (anche) azioni da carnefice, mettendo lo spettatore nella scomoda posizione di giudicarle tenendo conto delle condizioni, estreme, che le hanno determinate: le ultime due inquadrature del film sollecitano proprio questo tipo di riflessione. Nella penultima, c'è Marie insieme a un uomo (cioè al fianco dell'esponente di quella società patriarcale che ne ha determinato i comportamenti). Nell'ultima inquadratura invece c'è solo Marie: resta colpevole anche a prescindere dal contesto?

person with hand on their neck lying down in a dimly lit room.pinterest

Andrejs Strokins

È vero che quando si guardano così tanti film, in così poco tempo, si finisce per stabilire spontaneamente delle connessioni, ma quella sulle complicità individuali con un sistema che non funziona è stata una domanda ricorrente, anche solo tra i film del concorso. Ce l'hanno posta almeno NAZA, Ritorno a Buenos Aires, Possible Love, Dau, Un bon petit soldat. Insomma sembra proprio il tema dei nostri tempi. Anche Venezia, anche il film premiato con il Leone d'oro chiedono allo spettatore di guardarsi intorno: a certe condizioni si può davvero scegliere di fare la cosa giusta?

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Headshot of Giuseppe Giordano

Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).