Giuseppe Conte: «Nessuno ha la golden share. E se torno a Palazzo Chigi sarò ancora più un alieno»
Il brusio, nella piazzola della biblioteca comunale con affaccio sul Tempio della Dea Fortuna, si intensifica alla domanda su Matteo Renzi: «Serve un patto anti-ribaltone affinché il M5S si allei con Italia viva?».
Dal pubblico c'è chi mormora un «no» e altri commenti, che Giuseppe Conte prova a ridimensionare: «Mi pare che si stia dando troppa importanza alla questione, e lo dice uno che è stato mandato a casa, quando era al governo, da Matteo Renzi». Poi il ragionamento si fa più articolato, quasi fosse la risposta indiretta al fiume di critiche venute giù - in primo luogo da coloro che ne sono stati esclusi - dopo la prima piazza del campo largo a Napoli.
«La politica non può essere fatta in modo personale, bisogna ragionare in modo diverso: mi impegnerò, giorno per giorno, per costruire un progetto serio e con obiettivi radicali. Lavorerò perché nessuno lo possa boicottare e qualche partito possa vantare una "golden share", come è successo in passato».
È solo la prima di una serie di questioni che il leader M5S tocca nel colloquio con il Messaggero, durante la presentazione del suo libro, "Una nuova primavera", a Palestrina, comune di ventiduemila abitanti in provincia di Roma.
C'è, ad esempio, la necessità, per una coalizione più solida in termini numerici, che il campo largo faccia da «catalizzatore» (cit. Gaetano Manfredi) e apra ad altre realtà civiche e centriste: «La mia non è una chiusura settaria, anzi: se c'è qualcosa di interessante e innovativo, che parta dal basso e faccia una scelta chiara nel campo progressista, valutiamo e coinvolgiamolo», ragiona l'ex premier tirando in ballo ancora una volta Progetto civico di Onorato.
Così come Elly Schlein ritiene che un certo establishment si metta di traverso a «una donna che ama un'altra donna» a Palazzo Chigi, anche per Giuseppe Conte la prospettiva che «poteri forti» ostacolino l'alleanza progressista rappresenta un «tema serio»: «Avete mai sentito il nome di Mario Draghi in commissione Covid o sui vaccini? O sul Superbonus, approvato da me ma gestito dal suo governo?».
Se Giorgia Meloni «si è garantita la stabilità è perché non ha difeso gli interessi nazionali e ha detto sì al Patto di stabilità: non bisogna dar fastidio se si vuole far parte del Club. Quando abbiamo ottenuto i 209 miliardi del Pnrr era chiaro che non ce li avrebbero fatti gestire».
Il pensiero, però, va alla notizia delle recenti interlocuzioni tra la leader dem e l'ex numero uno della Bce: «Elly Schlein può vedere chi vuole, non è vietato parlare con Draghi e incontrarlo, non ne faccio un discorso personale. Obiettivamente, però, è rappresentante di un certo mondo, mentre noi, secondo me, abbiamo bisogno di cambiare questo Paese».
Su Alessandro Di Battista, rappresentante del mondo a sinistra del centrosinistra, il leader non fa previsioni: «Ha fatto un percorso interessante da autore e opinionista, dando un contributo importante in termini di impegno civico. Non so se avrebbe voglia di tornare a far politica: nel suo ruolo ora può esprimersi liberamente, menando fendenti per ogni dove, mentre in politica è più faticoso perché bisogna cercare di costruire qualcosa. Se vorrà tornare ce lo dirà e valuteremo».
Nel giorno dell'ufficialità della sua audizione in commissione Covid - il 4 agosto - il presidente M5S ci tiene anche a rivendicare: «Ritornando indietro rifarei tutto pur sapendo che l'avrei pagata». Il motivo lo spiega lui stesso: «Quando ti trovi a guidare un Paese in ginocchio, non puoi prendere scelte in base alla convenienza. Sarebbe stato un atto di pura vigliaccheria. Andrò con tranquillità in audizione».
La presentazione è l'occasione per passare al vaglio alcuni dei principali dossier internazionali. «Sapete quanto è durato il Consiglio Ue che ha detto sì al piano di riarmo di 800 miliardi? Un paio di ore. Nessuno che abbia pensato di usarli per la difesa europea» o per rilanciare la manifattura Ue.
Poi, il «genocidio» a Gaza e il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump: «Perché ora la premier si trova in difficoltà? Si è fatta interprete della linea del presidente in Ue».
A fronte di uno scenario geopolitico mutato, sarebbe servito il memorandum della Nuova via della Seta? «Penso - ironizza l'avvocato di Volturara Appula - che Meloni abbia strappato quell'accordo senza nemmeno leggerlo per compiacere gli americani».
Sul fronte nazionale, la ricetta è quella di «attuare la Costituzione, che è una promessa di democrazia, ma poi servono soluzioni concrete per realizzare quei chiari principi nella realtà odierna». Conte parla di «coinvolgere i giovani», ad esempio abbassando l'età di voto dai 18 ai 16 anni, e riformando strumenti come il referendum abrogativo e propositivo.
Non nasconde, però, che in Italia il pluralismo dell'informazione stia diventando un «problema»: «Questo governo è stato molto abile: in quattro anni sono riusciti a costruire un controllo diretto e per via indiretta del sistema informativo come neppure ai tempi di Berlusconi». Che fare? «Se dovessimo vincere noi, non bisognerà pensare a occupare la Rai, ma a fare una riforma della tv pubblica e del finanziamento dei giornali».
A Conte, che nel libro si descrive come un «alieno» quando entrò a Palazzo Chigi, chiediamo come vorrebbe tornarci: «Ancora più alieno: non mi voglio conformare, né omologare».
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