La finale Argentina-Spagna non è solo Messi-Yamal: la sfida politica fra Trump e Sanchez e la scaramanzia di Milei

Ogni finale mondiale incorona un campione. Alcune raccontano anche un’epoca. Spagna-Argentina appartiene a questa seconda categoria. In campo, il testimone passa idealmente di mano: da un lato Lionel Messi, il più grande interprete del calcio degli ultimi vent’anni, chiude il suo cammino iridato. Dall’altro Lamine Yamal, diciannove anni e la certezza di dominarne altrettanti, apre il suo. Ma fuori dal rettangolo verde si giocherà un’altra partita. In tribuna d’onore, al fianco di Infantino e Trump, siederà il premier spagnolo Sánchez, il leader europeo che negli ultimi mesi ha sfidato gli Usa su tutto, dalle basi militari a Gaza.

Lionel Messi, Lautaro Martinez, Jose Manuel Lopez e Geronimo Rulli

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Il presidente argentino Milei, il leader latinoamericano più vicino a Trump, avrebbe potuto completare il quadro. Guarderà invece la partita da Buenos Aires, ufficialmente per scaramanzia.

È forse questa l’istantanea destinata a rimanere del Mondiale 2026: il pallone corre sull’erba, mentre la storia prende posto in tribuna. È quasi una legge non scritta del calcio: le finali mondiali non mettono in palio soltanto una coppa, ma finiscono per diventare il ritratto di un’epoca.

Le mascote dei Mondiali: l’alce canadese Maple, l’aquila Clutch per gli Usa e il giaguaro messico Zayu

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Accadde nel 1934 e nel 1938, quando le vittorie dell’Italia furono trasformate dal fascismo in strumenti di propaganda; nel 1978, con il trionfo dell’Argentina di Videla sullo sfondo della dittatura e dei desaparecidos; e, più recentemente, a Russia 2018, quando Francia-Croazia venne politicizzata – non senza forzature – come il confronto tra un’Europa multiculturale e una più identitaria. Il calcio non fa la storia: la riflette, la amplifica, a volte la rende persino più leggibile.

Il Mondiale del 2026 segna però un cambio d’epoca. Non è più soltanto la politica a entrare nel calcio: è la Fifa ad avere rinunciato alle pretese di neutralità, assumendo un ruolo sempre più apertamente politico. I segnali erano arrivati ben prima dell’avvio della competizione: il discusso premio Fifa per la Pace consegnato da Infantino a Trump in occasione del sorteggio di Washington, la nuova sede della federazione nella Trump Tower, le tensioni con la delegazione iraniana, i visti negati e – da ultimo – il caso Balogun, con la squalifica sospesa dopo l’intervento della Casa Bianca. Dentro questa cornice arriva la finale. Che inevitabilmente amplifica il significato politico del torneo.

Sánchez e Trump sono oggi agli antipodi della politica occidentale, e le loro divergenze rappresentano una mappa delle fratture del nostro tempo. Il premier spagnolo ha contestato l’aumento delle spese militari al 5% del Pil imposto ai partner Nato, ha negato a Washington l’uso delle basi di Rota e Morón contro l’Iran, ha riconosciuto lo Stato di Palestina accusando – primo tra i governi Ue – Israele di genocidio a Gaza, ha difeso l’immigrazione come necessità economica e morale e ha fatto della transizione ecologica una bandiera identitaria, rispondendo al “Drill, baby, drill” di Trump con un suo “Green, baby, green”.

Trump, per tutta risposta, ha bollato la Spagna come «un paese ritardatario» e «un caso perso», minacciando al recente summit Nato di Ankara di interrompere ogni scambio commerciale con Madrid. Milei rappresenta invece il laboratorio politico più vicino alla rivoluzione conservatrice trumpiana: libero mercato, riduzione dello Stato, asse privilegiato con Usa e Israele. Un’affinità tradotta in cifre concrete – un accordo commerciale che ha abbattuto i dazi su oltre 1.600 prodotti argentini e un piano di salvataggio del peso da 20 miliardi di dollari – e un’iconografia precisa: è stato Milei, nel febbraio 2025, a regalare a Elon Musk la motosega simbolo dei tagli alla spesa pubblica statunitense.

Rodri festeggia la vittoria contro la Francia

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E se Sánchez guarda a Gaza con toni sempre più duri, il presidente argentino coltiva con Netanyahu un rapporto speculare: il premier israeliano ha ammesso di tifare Argentina al mondiale soprattutto per l’amicizia con Milei, definendolo una superstar. La finale non deciderà quale modello prevarrà. Ma è inevitabile che venga letta anche attraverso questa lente. Non perché lo vogliano i calciatori, ma perché il calcio resta il più potente costruttore di simboli della contemporaneità.

Lo storico Eric Hobsbawm osservò che una nazione non appare mai così concreta come quando si identifica in undici uomini con un nome e un cognome, undici giocatori nei quali milioni di persone finiscono per riconoscersi, proiettando identità, orgoglio e appartenenza. Questa sera, al MetLife Stadium, quei corpi avranno anzitutto il volto di Lionel Messi e Lamine Yamal. Ma, come accade nelle grandi finali, sulle loro spalle non ci sarà soltanto una maglia. Ci sarà anche un pezzo del nostro tempo.