Muore per una lite al bar dopo una settimana di agonia: la Procura indaga per omicidio preterintenzionale
PADOVA - Per sette giorni e una manciata di ore Hicham Rahhali ha lottato per vivere. È morto all’alba dell’ottavo giorno di battaglia, su un letto della Terapia intensiva dell’ospedale di Padova dov’era arrivato nella notte del 29 giugno non in gravi condizioni. Aveva ricevuto un pugno da un 60enne cinese a causa del quale era caduto a terra sbattendo la testa contro il tavolino del bar. Poi si era alzato e la visita al Pronto soccorso era sembrata più una routine. Il quadro clinico si è complicato nelle ore successive, quelle dell’osservazione. Una china che non s’è più fermata fino all’alba di martedì quando Hicham, 47 anni, muratore marocchino regolare in Italia, ha esalato l’ultimo respiro.
L'inchiesta
Per capire quale sia la connessione tra il pugno ricevuto e il decesso, il sostituto procuratore Valeria Peruzzo ha aperto un fascicolo d’indagine con l’accusa di omicidio preterintenzionale: sulla copertina, come indagato, c’è il nome del 60enne cinese che quella sera di San Pietro aveva litigato e colpito il nordafricano. Con l’autopsia in programma domani, affidata al medico legale Antonello Cirnelli, sarà più chiara la correlazione dei due fatti: se cioè il pugno, la caduta e la botta in testa siano stati il motore immobile che ha acceso il processo biologico concluso con la morte del 47enne o se invece il tutto sia stata solo una casualità e una vicinanza temporale di fatti che nulla hanno a che spartire tra loro.
Il fatto
A fare da perno al fascicolo d’inchiesta sono le relazioni delle volanti e della squadra mobile della Questura di Padova che in due diverse fasi hanno lavorato al caso. Tutto inizia nella tarda serata del 29 luglio con gli agenti delle volanti in pattuglia all’Arcella – in questi giorni al centro di un rafforzamento del personale per via di una faida tra nordafricani legata al controllo delle piazze di spaccio – che intercettano una lite all’interno del bar Borgomagno, non distante dal cavalcavia che porta lo stesso nome e collega il quartiere nord con il resto della città. Ad affrontarsi sono un 54enne marocchino e un 60enne cinese. È il nordafricano – alle spalle un passato condito da piccoli reati e gravi problemi di alcolismo – che accende la miccia: non appena l’asiatico e la sua compagna entrano nel locale, lui inizia a offendere la donna. Lei si difende, a parole, ma lui continua nelle ingiurie. Un atteggiamento che porta il 60enne cinese a mettersi di mezzo e avvicinarsi al 47enne. Il più giovane dei due però non smette e anzi rincara la dose. Poi dalle parole, ai fatti: qualche spinta tra i due e il pugno del cinese che stende l’avversario il quale, cadendo, sbatte la testa su uno dei tavolini. L’arrivo della polizia, che inizia a raccogliere le testimoniane e identifica tutti, compreso il 60enne asiatico, e dei medici del Suem (che si dedicano al 54enne) spegne il caso che sembra archiviarsi verso l’ennesima lite per futili motivi all’interno di un bar in uno dei quartieri più complicati della città del Santo. E in effetti tutto resta così fino a martedì mattina quando Hicham Rahhali e ogni cosa assume una luce diversa con il fascicolo che cambia titolo di reato e un’autopsia all’orizzonte a fare da filtro attraverso il quale leggere i fatti. E giustizia è quanto chiesto dal la famiglia del marocchino, che a Padova, in un condominio-alveare di via Altichieri da Zevio viveva con la sorella Fouiza: «Vogliamo verità e giustizia ancora non sappiano cosa sia accaduto e quale sia stato il motivo della lite – ha detto ieri – Abbiamo perso un uomo bravo e tranquillo».
Il provvedimento
Intanto venerdì sera gli agenti della polizia amministrativa, su mandato del questore Marco Odorisio, hanno chiuso per 90 giorni il bar Borgomagno. La lite, poi fatale, è solo l’ultimo di una serie di episodi di violenza che hanno avuto il locale come epicentro.