Perché Paolo Maldini rappresenta il bello del calcio, spiegato in 9 punti
Meglio di tutti lo ha descritto L'Équipe: «In 23 anni di carriera non si è mai allontanato da un senso della morale, del dovere, della fedeltà e dell'etica che ne fanno una delle icone del calcio». La descrizione vale anche per gli anni da dirigente al Milan dove Paolo Maldini ha costruito le competenze che che lo portano ora ad accettare il ruolo di direttore tecnico e presidente del Club Italia della Nazionale.
Paolo Maldini
Con lui arriverà anche il brasiliano Leonardo nel ruolo di advisor: era stato proprio il brasiliano a chiamare Maldini in rossonero nell’estate del 2018, avventura finita, non senza polemiche, nel 2023

«Maldini è stato da sempre il mio obiettivo», ha dichiarato il presidente federale Giovanni Malagò, «ho pensato che potesse essere la persona giusta per sovrintendere il settore tecnico della FIGC, che non implica solo la Nazionale maggiore ma tutta la filiera delle Nazionali Giovanili. In due settimane abbiamo parlato di tutti i progetti, entrando nello specifico, e Paolo da subito mi ha detto che sarebbe stato felice di coinvolgere Leonardo come consulente, perché il lavoro è tanto, impegnativo e sfidante. Sono contento, perché ho una stima profonda di Leonardo. Sono due facce della stessa medaglia, c'è un impegno di quattro anni che deve portarci da qui al 2030 al Mondiale prossimo, passando per un Europeo».
Chi è Paolo Maldini
Ha giocato contro Maradona e Platini, Zidane e Ronaldo, e con accanto Franco Baresi e Weah oltre agli olandesi degli anni d’oro, Gullit e Van Basten. Quarto di sei figli di Cesare, che aveva alzato la Coppa dei campioni pochi anni prima con la fascia di capitano del Milan, Paolo Maldini nasceva il 26 giugno 1968 a Milano. Un giocatore talmente unico da risultare indimenticabile per la bellezza (ne sanno qualcosa le ragazzine fra gli anni ’80 e i ‘90) e ancora di più per le doti in campo.
«Mi descriverei come un bravo difensore innamorato della palla. Mi è sempre piaciuto calciare, toccare quella cosa rotonda che ho adorato fin da bambino». Così ha raccontato alla Gazzetta dello Sport nell’intervista per i suoi cinquant’anni aggiungendo anche che quella palla non la rincorre più. Le sue ginocchia scricchiolano, non la leggenda di Paolo Maldini, figlio dell’«onesto» Cesare, studiata anche alla scuola allenatori di Coverciano.
La fedeltà al Milan e alla Nazionale
Ha sempre indossato la stessa maglia, anzi le stesse maglie: due, quella del Milan e quella della Nazionale. Sempre alla Gazzetta dello Sport ha detto che la gioia più grande è stato l’esordio in Serie A. «Sul pullman verso lo stadio mi chiedevo “ma io qui ci posso stare?”. Non avrei mai pensato di entrare. Poi accadde. Il campo era brutto, il primo pallone che toccai fu un retropassaggio a Terraneo. Mi sono sempre chiesto cosa sarebbe successo se quella palla fosse rimbalzata male...». Forse sarebbe stato bollato come il raccomando figlio di Cesare, cosa che invece non è stata mai perché nessuno ha avuto tanto talento quanto Paolo Maldini con il suo numero tre da terzino sinistro.
Paolo Maldini c’era sempre stato, insieme a Franco Baresi e Alessandro Costacurta rappresenta un’epoca intera. Era in campo nel 1985 e nell’86 è avvenuta la rivoluzione berlusconiana. «Di Berlusconi ho pensato: “Speriamo abbia ragione”. E di Sacchi, beh, ho pensato spesso che fosse pazzo e un pochino lo penso anche adesso. Ma senza di lui non ci sarebbe stata l’epopea del Milan. Significa che un pizzico di follia ci vuole».
I record
902 presenze nel Milan. Esordio il 20 gennaio 1985, la partita era Udinese-Milan e lui aveva 16 anni e 208 giorni. Record di presenze in Serie A, 647 con la stessa squadra, e record di presenze in Champions League con il Milan, 139, con 8 finali di Champions League disputate. Nel massimo campionato ha fatto 25 stagioni come Francesco Totti.
Negli anni Ottanta l’Italia era lontana da quella che allora si chiamava Coppa dei Campioni. C’erano state le sconfitte di Roma e Juventus e la vittoria bianconera segnata dalla tragedia dell’Heysel. Poi venne il Milan di Berlusconi e anche chi non tifava per i rossoneri sentì l’orgoglio di quelle vittorie. Tra l’88 e il ’95 cinque finali giocate e tre vinte. Poi di nuovo due vittorie e una sconfitta nei prima anni duemila che hanno portato a Maldini un record : il gol più veloce segnato in una finale di Champions League, 51,20 secondi.
L'Azzurro
Paolo Maldini ha il record assoluto di minuti giocati ai mondiali, 2216, ma non ha mai vinto il titolo. Era in campo nel 1990 quando l’Argentina di Maradona beffò l’Italia in semifinale. Era in campo nella finale persa a Pasadena contro il Brasile nel 1994. Era a Francia 98 con suo padre in panchina. Era nel 2002 nel terribile pomeriggio dell’arbitro Moreno contro la Corea del Sud, la sua ultima partita in azzurro nonostante sia stato chiamato anche dopo ha sempre detto no. Lo Anche per l’Europeo è arrivato solo a un passo dal titolo, a Euro 2000.
Cesare Maldini
Cesare Maldini era una bandiera del Milan ed è stato allenatore anche della nazione, padre a sua volta di una bandiera, di un simbolo dei rossoneri e della nazionale: Paolo Maldini con gli stessi occhi chiari e lo stesso posto in campo. «Sono cresciuto con il mito di mio padre Cesare. Il giorno dell’esordio in prima squadra mi disse: “Bravo figlio mio, oggi hai fatto un primo passo… Ti auguro di vincere più di me, e di alzare proprio come me, almeno una volta nella vita, una Coppa dei Campioni da capitano, perché è una sensazione stupenda”». Non gli aveva mai fatto un complimento, ma quando vinse la Champions trovò un messaggio: «Paolo sono orgoglioso di te. Papà». Gli è successo 40 anni dopo il padre. «Mi piace ricordare mio padre, che sapeva essere sempre ironico, con una frase bellissima: "Lui non è più il figlio di Cesare, io sono diventato il padre di Paolo"».
La famiglia
Alla Gazzetta dello Sport che gli ha chiesto quali fossero stati i suoi anni migliori ha detto il 1996 e il 2001 «per la nascita dei figli». La famiglia, sempre parole sue, «è stata la sua stella polare, sia la famiglia d’origine sia quella che ho creato io». Aveva un padre all'antica per cui veniva la scuola prima del campo. «Mio padre non mi ha mai spinto, né ha preteso per me scorciatoie. A 10 anni arrivo al Milan e il tecnico gli chiede: "Signor Maldini, dove lo faccio giocare?". "Ah, non so, veda lei", disse, e andò in un angolo della tribuna, il più lontano possibile dal campo. Mio padre diceva: “comportati bene, sii onesto, impegnati sempre al massimo e il 90% è fatto”».
Le sconfitte
Di uno che ha in bacheca 2 Coppe intercontinentali, 1 Coppa del Mondo, 5 Coppe dei Campioni/Champions League, 5 Supercoppe Europee, 7 scudetti, una coppa Italia e 5 Supercoppe di Lega, non si dovrebbe parlare delle sconfitte. Ci sono però state anche quelle. «Li ho accettati come parte del gioco. Il disastro fa male, ma l’ho gestito quasi meglio del trionfo che ti fa stare bene perché lo puoi condividere con i compagni. Nel disastro invece ti senti solo anche in uno sport di squadra».
Il rigore
Non un rigore calciato, ma quello tenuto. La sfida è sempre stata con sé stesso e un po’ ricorda i campioni irraggiungibili come Cristiano Ronaldo quando racconta che faceva la gara con il tram tornando da scuola. «È l'unico giocatore a cui non ho dato una multa per ritardo» ha detto Carlo Ancelotti, suo compagno di squadra e poi allenatore. Così in allenamento, in campo e con i tifosi. Paolo Maldini non ha condiviso scelte della curva e non ha partecipato agli incontri dei tifosi. Il privato è sempre stato sacro per lui e i tifosi non glielo hanno perdonato. Nella partita d’addio, molto diversa da quella trionfale di Francesco Totti, gli ultras hanno fatto cori per Franco Baresi ed esposto striscioni contro Maldini. «C'erano settantamila spettatori quel giorno, ma ricordiamo solo quella piccola frangia di tifosi. Sono una persona pensante, ho detto le cose come stavano. Con il tempo ho capito che quello è stato un successo perché ha marcato una linea ancora più grossa tra me e quel tipo di calcio».
Le parole degli altri
Ispirazioni per i difensori di tutto il mondo a partire da quelli che hanno giocato con lui, a partire da Alessandro Nesta. Gli attaccanti preferivano trovare alternative. Ronaldo il fenomeno: «Quando ci giocavo contro, cambiavo fascia per non affrontarlo». Zidane: «Preferivo giocare dal lato opposto, era difficile superarlo». Vieri: «In 4-5 anni di derby ho segnato solo una volta, per me è stato il miglior difensore di sempre». Per Fabio Capello semplicemente il miglior difensore del mondo.