Uno Bianca, l’armeria. Telefonate inquietanti e identikit ignorati: tutte le zone d’ombra

Bologna, 12 luglio 2026 – Il 2 maggio 1991, in una traversa di via Indipendenza, si consuma uno dei delitti più spietati della banda della Uno Bianca, che dal 1987 al 1994 semina il terrore tra Emilia-Romagna e Marche lasciando dietro di sé 23 morti e oltre 100 feriti.

Una storia tutt’altro che chiusa, e che oggi continua a interrogare gli inquirenti - e a far soffrire i familiari delle vittime - mentre è in corso la nuova inchiesta affidata ai pm Lucia Russo e Andrea De Feis e nata dall’esposto degli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser che rappresentano l’associazione dei parenti delle vittime. Infinite, ancora, le zone d’ombra dietro quelle azioni.

A cominciare dall’armeria di via Volturno dove furono ammazzati Pietro Capolungo, carabiniere in pensione, e Licia Ansaloni, titolare del negozio. Ora si è fatto avanti un testimone che afferma di essere stato pedinato da una persona, nei giorni seguenti alla strage, che lui ha riconosciuto: è un carabiniere. E ora il carabiniere sarà sentito dai magistrati. Tanti i punti oscuri che metteremo in fila attraverso l’esposto che ha fatto (ri)partire le indagini.

La falange armata

Nella rivendicazione della Falange Armata arrivata all’Ansa il 4 maggio 1991, l’agguato all’armeria viene definito “un fatto” che “fa riferimento alla nostra ferma determinazione di evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei consolidati, feroci, predetti meccanisimi dell’organizzazione”.

I rifornimenti di armi

Sia Roberto Savi che Marino Occhipinti avevano fatto acquisti – armi, cartucce e polvere da sparo – in quell’armeria. “È lecito ipotizzare che la banda della Uno Bianca si rifornisse proprio nell’armeria”, si legge nelle carte.

Un testimone riferisce

di pedinamenti sospetti a opera

di un carabiniere subito dopo l’agguato

I nomi cancellati dai registri

Fu appurata “la strana presenza di bianchettature su alcuni nomi”. Che “andrebbero periziate per verificarne i nominativi”, così come andrebbe anche “chiarito chi fece quelle bianchettature, operazione vietata”.

Gli identikit

“In un baleno dissi: allora, se vuole un nome dico che questo somiglia a un poliziotto che avete qua voi, l’ho visto qualche volta in armeria...”. Così Luciano Verlicchi, vedovo di Licia Ansaloni, al vice dirigente della Squadra Mobile. E poi, al pm Paci: “Uno dei poliziotti mi ricorda uno dei vostri, intendo dire un poliziotto di nome Sani o Savi”. Non furono, però, fatte indagini su appartententi alla polizia.

“Eppure vi erano dei bossoli 9x19 in uso esclusivo alle forze di polizia e vi era stato un seppur parziale riconoscimento del poliziotto Roberto Savi tra i killer. Elementi chiave che avebbero potuto dare un risvolto alle indagini già nel lontano 1991”. Quel giorno nell’armeria Volturno “c’era sicuramente Roberto”, “l’identikit che lo raffigura sembra quasi una foto”. Entra in azione alle 10.05, “quindi in armeria a quell’ora vi era già il killer della giacca a quadri”.

I funerali dopo la strage del Pilastro

I funerali dopo la strage del Pilastro

Il mistero del killer con la giacca a quadri

Nell’armeria quel giorno c’era un individuo che sarà descritto come di età compresa tra i 35 e i 40 anni, alto oltre 1.80, “baffi neri tagliati dritti”, indossava “una giacca a quadretti beige” e parlava senza inflessione dialettale. Di costui fu fatto un identikit che, però, “non ha alcuna somiglianza con Fabio Savi”. Ergo, “meriterebbe un approfondimento investigativo la figura del killer che sparò nell’armeria che non corrisponde alle fattezze di Fabio Savi né aveva il suo spiccato accento romagnolo”. Inoltre, la Scientifica rilevò cinque impronte digitali appartenenti a una persona sconosciuta e comunque diverse da tutti e sei i componenti della Uno Bianca arrestati.

Una strage premeditata

I killer preparano il caricatore, attendono per dieci minuti il ritorno di Capolungo al negozio e scappano non prima di aver dato il cosidetto colpo di grazia alle loro vittime: tutto questo sta a indicare “in modo inequivocabile l’intento omicidiario”. Quella esecuzione (messa in atto forse con l’aiuto di un complice) “aveva probabilmente come obiettivo principale Capolungo”. Che fu il primo, fra i due, a morire. “Forse aveva capito cosa si nascondesse dietro l’acquisto di munizioni degli uomini della banda e si era insospettito, confidando alla persona sbagliata i propri dubbi”.

La fuga

Avevano pianificato anche la via di fuga. Sotto l’armeria c’era un locale interrato: in seguito, la porta di quel locale “fu trovata stranamente aperta”.

I collegamenti ignorati

Bastava analizzare le testimonianze della strage del Pilastro per riscontrare già all’epoca un collegamento con l’armeria: oltre a rafforzare i dubbi sulla reale presenza di Fabio Savi nel negozio, avrebbero evidenziato “una struttura della banda più ampia di quella che ci è stata consegnata dopo le ultime sentenze”.

Tra le testimonianze, una in particolare: dopo l’eccidio dei tre carabinieri al Pilastro, il teste vide arrivare la Uno Bianca a tutta velocità e poi un’auto a fari spenti che viaggiava a bassissima velocità e si immetteva nel parcheggio della Coop e dopo un giro del piazzale andava verso via della Fornace. In quell’auto c’era un uomo di 40-45 anni, “corporatura robusta, piuttosto stempiato, capello castano, alto circa 1.70-1.75, indossava una camicia bianca senza cravatta, una giacca quadrettata color marrone, sembrava una persona distinta”.

Telefonata inquietante

Non solo. Dalle intercettazioni emerse una telefonata effettuata da un anonimo (poi identificato) a un parente di Ansaloni, che evidenziò un collegamento tra tutte le precedenti azioni della banda: i delitti, disse, avevano un’unica matrice con propositi destabilizzanti e gli autori dovevano essere cercati tra carabinieri e Servizi. Piste che però non furono seguite, e ciò “alimenta un forte sospetto circa l’esistenza di un’organizzazione piramidale a compartimenti stagni a supporto della banda, soggetti non identificati”.

Il poligono abusivo

Attorno a Villa Paglia (San Lazzaro), poligono abusivo dove andavano a sparare appartenenti alle forze dell’ordine e ai Servizi, sono circolate molte storie: tra queste, una persona ipotizzò che la Villa fosse usata proprio dai componenti della Uno Bianca per esercitarsi, e di averlo riferito a tre diversi sottufficiali di forze dell’ordine. “Non può non essere significativo delle coperture di cui ha goduto questa banda (...) che quella notizia non riuscì a innescare nemmeno i primi accertamenti di rito a partire proprio dal poligono abusivo”.