Faremo il bagno col pesce scorpione e il barracuda? Come il caldo sta cambiando la fauna selvatica
Roma, 13 luglio 2026 – In questi giorni bollenti si susseguono le notizie di centri di recupero della fauna selvatica ormai al collasso, in Italia come in gran parte d’Europa. Quelli per la tutela dei volatili, ad esempio, registrano numeri record di arrivi di rondini, rondoni e pipistrelli: abituati a nidificare sotto i tetti degli edifici, anche nelle aree urbane, i piccoli volatili risentono delle temperature estreme, che sotto i tetti possono raggiungere quota 50-60 gradi.
Per tentare di sfuggire al caldo insopportabile, soprattutto i più piccoli escono prematuramente dal nido, spesso prima di aver imparato a volare. Cadendo a terra, si trovano esposti a numerosi pericoli: dall’asfalto rovente alla mancanza di ripari, fino alle insidie dei predatori. Tra questi vi sono altri uccelli, come cornacchie, gabbiani e gazze, che riescono facilmente a predare i nidiacei in difficoltà. Ma il resto della fauna selvatica – di terra e di mare – non se la passa certo meglio: a confermarlo è Piero Genovesi, responsabile del servizio per il coordinamento della fauna selvatica all’Ispra-Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
Mar Mediterraneo sotto stress per il caldo
Il nostro mare – ‘Mare nostrum’, come lo chiamarono gli antichi Romani – rappresenta appena l’1% di tutti i mari del mondo, ma racchiude l’8% della biodiversità marina mondiale. Un ecosistema unico e prezioso, messo a rischio, ora, dall’imperversare del cambiamento climatico. Che si sta manifestando, in particolare, attraverso “la proliferazione delle specie aliene (o alloctone), provenienti da ecosistemi diversi – spiega Genovesi – specialmente dal mar Rosso. Il progressivo riscaldamento delle acque ha reso questi due mari sempre più simili, dunque specie aliene come il pesce coniglio, il pesce scorpione e il barracuda hanno trovato un habitat favorevole, diffondendosi anche alle nostre latitudini”.
La conseguenza più evidente è che i pesci tropicali stanno decimando le popolazioni autoctone: “attualmente, un quarto delle specie autoctone del Mediterraneo è considerato a rischio estinzione – prosegue lo studioso – anche perché le alte temperature marine alterano progressivamente gli equilibri degli ecosistemi, rendendo, di fatto, il nostro mare sempre più inospitale”.

Un gruppo di barracuda
Anche le specie d’acqua dolce sono in sofferenza
Il caldo record sta innalzando drammaticamente anche la temperatura dei corsi d’acqua e minaccia, di conseguenza, la sopravvivenza delle specie d’acqua dolce (pesci e anfibi). Il riscaldamento è dovuto, in parte, ai valori registrati nell’aria; in parte, al livello stesso dei fiumi: più il livello è basso, più è rapido l’innalzamento della temperatura dell’acqua. La condizione termica dei fiumi si aggrava anche per la mancanza di afflussi freschi dalle montagne, a causa della carenza o della totale assenza di neve in fase di scioglimento. La fauna ittica è in pericolo perché, per queste specie, il raffreddamento corporeo dipende unicamente dalle temperature delle acque: se troppo calde, aumenta il livello di stress e il metabolismo ne risente drasticamente.
I pesci, in queste condizioni, sono meno attivi, meno affamati e più soggetti a parassiti. Non solo: il rialzo delle temperature genera un drastico calo dei livelli di ossigeno nell’acqua, con risultato fatale per i pesci, che muoiono soffocati. Nei casi più gravi si arriva, inevitabilmente, a una moria generalizzata: è già accaduto, nei giorni scorsi, nelle valli di Comacchio, in alcuni laghi triestini e, fuori dai nostri confini, nei fiumi svizzeri e in quelli francesi, in particolare Loira e Val d’Allier. “C’è poi il problema del cuneo salino, ovvero della progressiva risalita dell’acqua di mare nei fiumi in secca: un fenomeno che, oltre a rendere l’acqua dei fiumi inutilizzabile, ad esempio, per l’agricoltura, ha favorito l’ingresso di specie aliene come il granchio blu”, aggiunge lo studioso dell’Ispra.

Pesce scorpione, pesce palla maculato e caravella portoghese (Foto Ansa)
Dalle coste all’alta quota, la minaccia continua
Dall’acqua alla terraferma, dalle coste all’alta montagna, l’allarme è generalizzato: anche la fauna selvatica di terra deve fare i conti con le conseguenze della crisi climatica, che sconvolge i cicli stagionali e impatta negativamente sui tempi della riproduzione e delle grandi migrazioni. Conseguenze che sono già evidenti per le specie d’alta montagna, come stambecchi e camosci: “lo spostamento sempre più in alta quota dei pascoli, alla ricerca di temperature più fresche per il bestiame, riduce, di fatto, l’habitat a disposizione della fauna selvatica – precisa Genovesi – e può comportare fenomeni di competizione col bestiame domestico (ad esempio, gli allevamenti di capre possono entrare in conflitto con gli stambecchi, che appartengono alla stessa specie). Tra le specie di montagna più a rischio troviamo l’ermellino, la pernice bianca, la lepre alpina e il fringuello alpino: la biodiversità montana è minacciata sia dal cambiamento climatico, sia – è bene ricordarlo – dalla sempre maggiore pressione umana e turistica su questi ambienti, un tempo incontaminati”.