Femminicidio di Aurora Tila, l’ex fidanzato confessa in appello, quasi due anni dopo: «L’ho uccisa io». La famiglia: «La pena non venga ridotta»
Per mesi aveva sostenuto che Aurora Tila si fosse tolta la vita. Ora, durante il processo d'appello, è arrivata la confessione. L'ex fidanzato della tredicenne ha ammesso di averla uccisa, gettandola dal balcone del palazzo in cui viveva, a Piacenza, il 25 ottobre 2024. Il ragazzo, che all'epoca dei fatti aveva 15 anni, già condannato in primo grado a 17 anni per omicidio volontario pluriaggravato, ha reso dichiarazioni spontanee in videocollegamento dal carcere minorile di Catanzaro, chiedendo anche scusa per il gesto e per aver aspettato così a lungo prima di confessare.
Per la famiglia della vittima, però, quella confessione non cambia il quadro processuale. «Abbiamo ascoltato e preso atto di qualcosa che, in realtà, già sapevamo», ha dichiarato l'avvocato Emilio Malaspina, legale della madre di Aurora Tila. «Si tratta di una confessione arrivata con molto ritardo e sarà la Corte a valutarne il peso nel corso della discussione». Secondo il legale, «se questa confessione dovesse servire a ottenere una riduzione della pena di tre o quattro anni, riteniamo che sarebbe poco corretto».
Anche se il giovane aveva sempre sostenuto che si fosse trattato di un gesto volontario, la sua ricostruzione, fin dall'inizio, non aveva convinto gli investigatori. Le indagini hanno ripercorso una relazione durata alcuni mesi e conclusa proprio per il comportamento possessivo del ragazzo. Nelle chat con le amiche, Aurora Tila raccontava di sentirsi perseguitata, parlava di pedinamenti e aveva persino chiesto consiglio all'intelligenza artificiale su come comportarsi con l'ex fidanzato. È stata decisiva anche la testimonianza di una persona che riferì di aver visto la tredicenne aggrappata alla balaustra mentre il ragazzo le colpiva le mani, facendola precipitare dal settimo piano.
Nel processo di primo grado, inoltre, un ex compagno di cella dell'imputato raccontò che il giovane gli avrebbe confidato di avere spinto la ragazza. Il tribunale per i minorenni di Bologna lo ha quindi condannato per omicidio volontario aggravato dallo stalking, dalla minore età della vittima e dal legame affettivo.
Già nei giorni successivi alla morte di Aurora, la sorella maggiore Viktoria aveva respinto con forza l'ipotesi del suicidio. Sui social aveva scritto: «Buttatelo nell'ultimo buco e gettate la chiave», «Non starò mai in silenzio» e «No al killer a piede libero». In un'intervista rilasciata allora, aveva raccontato che Aurora «aveva paura dell'ex fidanzato» e che esistevano «gli screenshot delle chat in cui Aurora scrive che aveva paura di lui». La tredicenne, aveva spiegato, lo definiva «immaturo e pazzo» e le aveva confidato episodi di gelosia e violenza.
Secondo il racconto della sorella, il ragazzo «l'ha picchiata, trascinata fino al settimo piano e buttata giù. Dopo di che è andato al bar di sotto, si è lavato le mani e ha chiamato il 118, dicendo che si era suicidata». Viktoria aveva inoltre ricordato come il giovane si presentasse spesso a casa o a scuola per incontrare Aurora, le strappasse il telefono per gelosia e le avesse dato anche uno schiaffo.
Il processo d'appello riprenderà il 10 settembre, dopo il rinvio disposto dalla Corte in attesa di acquisire una relazione sul comportamento del ragazzo nell'istituto penitenziario. La famiglia di Aurora continua a chiedere che venga confermata la condanna di primo grado, «una pena che consideriamo congrua», ha ribadito l'avvocato Malaspina. «Se dovesse esserci uno sconto di pena, non dovrebbe certo essere motivato da una confessione arrivata anni dopo, per di più dopo aver presentato appello chiedendo l'assoluzione per non aver commesso il fatto. Altrimenti, diventerebbe una pagliacciata».