’Ndrangheta, la rete della cocaina per Palermo: il fornitore di Cinquefrondi e i messaggi da San Luca. «A Romeo devo 100mila euro»

Pubblicato il: 13/07/2026 – 18:59

di Giorgio Curcio

PALERMO Estorsioni, incendi e attentati commissionati per poche centinaia di euro, ma non soltanto. Dietro il nome di Salvatore Verga, indicato dalla Dda di Palermo come il regista dal carcere della nuova offensiva criminale nel territorio del mandamento mafioso di Tommaso Natale-San Lorenzo, si apre anche il capitolo del narcotraffico. Un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe alimentato il mercato palermitano attraverso una rete di fornitori, intermediari, pusher e depositi, con collegamenti che arrivano fino alla Calabria. A ricostruire il presunto traffico di droga diretto da Verga mentre si trovava detenuto nel carcere di Trani è il secondo provvedimento di fermo della Procura di Palermo. Il gruppo avrebbe trattato ogni tipo di stupefacente: cocaina, crack, hashish e marijuana. Droga che sarebbe stata acquistata, trasportata e immessa sul mercato, attraverso cessioni sia all’ingrosso sia al dettaglio. E, tra le fonti di approvvigionamento descritte dagli investigatori nel fermo di indiziato di delitto, compare anche un canale indicato espressamente come calabrese.

Il presunto fornitore di Cinquefrondi

Il passaggio più netto è contenuto in una breve sequenza di messaggi ricostruita dagli inquirenti della Dda di Palermo a partire dal 13 gennaio 2025. Verga, sostiene l’accusa, avrebbe comunicato a un interlocutore il nome di un presunto fornitore: «Pasquale Romeo». Pochi secondi dopo avrebbe aggiunto: «Devo 100 mila». Poi avrebbe inviato una fotografia per consentire all’interlocutore di riconoscerlo. Una conversazione essenziale, ma che, secondo gli inquirenti, «avrebbe permesso di individuare uno degli ulteriori canali attraverso i quali il gruppo si sarebbe rifornito di stupefacente».
Gli accertamenti riportati nel provvedimento identificano il soggetto indicato nella chat in Pasquale Romeo, nato a Cinquefrondi nel 1996, imputato nel processo con rito abbreviato nato dall’operazione “Millennium”. Per Romeo, lo scorso 3 luglio, la Dda di Reggio Calabria ha chiesto una condanna a 9 anni e 4 mesi di reclusione. Romeo non figura tra i destinatari del fermo eseguito a Palermo. Il suo nome emerge nelle conversazioni attribuite a Salvatore Verga e negli approfondimenti compiuti dagli investigatori sui canali di approvvigionamento della presunta organizzazione.

L’inchiesta “Millennium”

Il provvedimento palermitano richiama il quadro dell’operazione “Millennium”, riguardante soggetti accusati di appartenere o di essere vicini ad alcune tra le più rilevanti cosche della provincia di Reggio Calabria, tra cui gli Alvaro di Sinopoli e i Barbaro di Platì. Secondo quanto riportato nelle carte palermitane, in quel procedimento a Pasquale e Stefano Romeo sarebbe stato attribuito un ruolo nelle operazioni di approvvigionamento e rivendita dello stupefacente. Gli investigatori richiamano, in particolare, i rapporti con la famiglia Cacciola di Rosarno, oltre ai contatti con soggetti catanesi. Tra gli episodi citati figurano anche alcuni incontri che Pasquale Romeo avrebbe avuto con Giuseppe Cacciola al bar “La Fenice”. I Romeo, secondo la ricostruzione richiamata nel provvedimento, avrebbero condotto personalmente le trattative e trasportato quantitativi di droga da mostrare ai potenziali acquirenti. È all’interno di questo quadro che la Dda di Palermo colloca il messaggio con il quale Verga indica Romeo come proprio creditore per 100mila euro.

Le “Toyota” e il messaggio da San Luca

Il collegamento con la Calabria riappare anche nelle trattative per una fornitura di cocaina registrate nel febbraio 2025. In questo caso Verga dialoga attraverso WhatsApp con un soggetto salvato con il nome “Robertestonex”, la cui identità non viene indicata nel provvedimento. Il 17 febbraio l’interlocutore annuncia l’invio di «5 toiota». Il riferimento, secondo gli investigatori, sarebbe a cinque panetti di cocaina contrassegnati dal simbolo della casa automobilistica Toyota, per un peso complessivo di circa un chilogrammo. La fornitura sarebbe stata acquistata per 28mila euro, al prezzo di 28 euro al grammo. Per recuperare la droga nascosta all’interno di un vano di un’automobile sarebbero state necessarie anche alcune chiavi particolari, mostrate in fotografia al gruppo affinché potesse procurarsi l’attrezzatura prima dell’arrivo del corriere. La Dda annota che dai «fornitori calabresi» sarebbero giunte notizie di alcuni problemi relativi alla cocaina marchiata “Toyota”. Nella chat Verga scrive: «A me [ha] scritto questo di San Luca». Subito dopo afferma di non voler entrare in quelle dinamiche e invita l’interlocutore a occuparsene direttamente. Il riferimento a San Luca, pur non consentendo da solo di individuare persone o gruppi coinvolti, entra così nelle conversazioni relative alla trattativa per la cocaina. Poco dopo la mezzanotte Verga rilancia e chiede di poter acquistare addirittura «10 Toyota» a un prezzo conveniente. La risposta del fornitore assume i toni di un rimprovero commerciale: Verga non pagherebbe in anticipo e chiederebbe tempo per saldare. Con il denaro immediatamente disponibile, gli viene spiegato, il prezzo potrebbe scendere fino a 23.500 euro, con la droga consegnata «posto là da te». Il fornitore, però, sostiene di non poter scendere sotto i 25mila euro in caso di pagamento dilazionato.
La trattativa si chiude con la conferma della consegna di cinque panetti. Secondo la ricostruzione investigativa, lo scambio sarebbe stato perfezionato il 19 febbraio tra Giuseppe Faija, ritenuto uno degli uomini operativi del gruppo, e un corriere incontrato nei pressi del bar Cherì. I due si sarebbero poi diretti verso il garage utilizzato per custodire la droga. Gli investigatori ritengono verosimile che il corriere giunto per quella specifica consegna provenisse dall’area di Catania. Il riferimento ai fornitori calabresi e il messaggio da San Luca rappresentano, dunque, un passaggio della trattativa e delle tensioni tra i diversi interlocutori, ma non consentono di attribuire automaticamente alla Calabria il trasporto materialmente concluso il 19 febbraio.

L’indagine partita da Catanzaro

La Calabria non emerge soltanto come possibile area di approvvigionamento. È proprio da un’indagine della Procura della Repubblica di Catanzaro che prende avvio il procedimento palermitano sul narcotraffico. La premessa del provvedimento chiarisce che i primi elementi sul coinvolgimento di Verga nel traffico di stupefacenti erano emersi in un altro fascicolo, il procedimento 1376/2024 della Procura catanzarese. Le conversazioni erano state analizzate e riportate in un’informativa della Squadra mobile di Cosenza del 17 giugno 2024. Già nei primi giorni di quel mese, secondo gli inquirenti, Verga si stava organizzando per acquistare almeno un chilogrammo di cocaina al prezzo di 26 euro al grammo, una cifra ritenuta particolarmente vantaggiosa rispetto alla media di mercato. In una conversazione del primo giugno Verga fa riferimento a un interlocutore albanese che gli avrebbe proposto la cocaina a quel prezzo. Il giorno successivo coinvolge la madre nel reperimento del denaro necessario e parla di una provvista economica che sarebbe stata raccolta attraverso i genitori e altri soggetti della rete. Quel primo canale non viene indicato come calabrese e non va confuso con il rapporto successivamente ricostruito con Romeo. Ma proprio le intercettazioni sviluppate nel procedimento di Catanzaro avrebbero permesso di accendere i riflettori sul sistema organizzato da Verga e sui suoi affari nel mercato palermitano.

La rete diretta dal carcere

Secondo la Dda, Verga avrebbe continuato a impartire disposizioni nonostante la detenzione, utilizzando telefoni cellulari illecitamente posseduti in carcere. Avrebbe curato gli ordini, i rapporti con i fornitori, la destinazione dello stupefacente, il recupero dei crediti e l’impiego del denaro. A occuparsi delle attività materiali sarebbero stati soprattutto Giuseppe Faija e Francesco Paolo Albamonte, insieme agli altri presunti componenti della rete. I genitori di Verga, secondo l’accusa, avrebbero fornito un supporto nella gestione della contabilità, nella custodia del denaro e nella trasmissione dei messaggi. Il collaboratore di giustizia Alessio D’Agostino descrive Verga come una figura capace di esercitare il controllo sulle zone di Tommaso Natale, Sferracavallo, Cinisi e Carini attraverso il telefono. «Tutta la cocaina allo Zen la dà lui. Obbligatoriamente», avrebbe riferito agli inquirenti. Dalle carte emerge una struttura capace di muoversi tra forniture provenienti dalla Spagna per l’hashish, interlocutori stranieri per la cocaina, contatti siciliani e rapporti con fornitori calabresi. Un sistema che avrebbe fatto circolare ingenti somme di denaro e che, secondo la ricostruzione della Dda, sarebbe rimasto operativo anche dopo arresti e sequestri. ([email protected])

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato