Cosa fa Giorgia Meloni dopo la sconfitta alla Camera sulla legge elettorale
Martedì 14 luglio la Camera dei deputati ha bocciato un emendamento della maggioranza sulle preferenze nella nuova legge elettorale. Il voto, come chiesto dalle opposizioni, è stato segreto: un'ipotesi contro cui la premier Giorgia Meloni si era già espressa, secondo alcuni per timore di scoprire alcuni franchi tiratori tra le file del centrodestra. Timore giustificato, perché alla fine l'emendamento non è passato per un solo voto: 188 contrari e 187 favorevoli.
La "riflessione" di Meloni
Il testo, a prima firma Fratelli d'Italia, Noi Moderati e Udc, puntava a introdurre un sistema misto, con capilista bloccati e fino a tre preferenze. "Elezioni" e "dimissioni" sono i cori che si sono levati dall'opposizione dopo il voto. C'è chi ha subito puntato il dito contro i franchi tiratori, come ha fatto in parte anche Meloni. In un post su Facebook ha scritto: "Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione". Come ha fatto il governo ad andare sotto? E cosa può succedere adesso? Andiamo con ordine.

Maggioranza divisa
La maggioranza era arrivata già divisa all'inizio dell'esame della legge elettorale in aula, proprio sul tema delle preferenze. Dopo settimane di contatti e proposte, di trattative e confronti a ogni livello, alla fine Fratelli d'Italia ha deciso di presentare, poco prima dello scadere del termine per gli emendamenti, una proposta di modifica con Noi Moderati e Udc, sotto la quale inizialmente mancavano le firme di Forza Italia e Lega. Poi, dopo una riunione in mattinata, è arrivato il dietrofront del Carroccio e degli azzurri.
Questo l'annuncio del Carroccio: "La Lega si è riunita per valutare l'emendamento proposto da FdI, Noi Moderati e Udc. Avendo riscontrato che si prevede un sistema misto che garantisce la governabilità e la possibilità di dare voce ai territori per la scelta dei propri rappresentanti, il partito darà indicazione al proprio gruppo alla Camera di esprimere un voto favorevole". Stessa linea annunciata poco dopo da Forza Italia. "Al termine della riunione dei gruppi di Forza Italia nella sala Colletti alla Camera, dopo ampia discussione, sono emersi il parere favorevole e l'indicazione a votare sì all'emendamento sulle preferenze", hanno rivelato fonti del partito.
Meloni contro il voto segreto
Giorgia Meloni ha spinto per un voto a scrutinio palese: "A questo punto credo sia doverosa un'operazione verità, per capire se i partiti di opposizione che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani - ha commentato la premier prima del voto -. C'è un solo modo per scoprirlo: che l'emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto".

I franchi tiratori
Poi però l'emendamento in questione è stato inserito tra quelli su cui esprimersi con voto segreto. In molti ora puntano il dito contro i franchi tiratori: la maggioranza, sulla carta, aveva 240 voti a disposizione. Se i pareri favorevoli si sono fermati a 187, significa che ci sarebbero 53 franchi tiratori. Guardando i tabulati ufficiali della votazione sull'emendamento sulle preferenze nella nuova legge elettorale, i deputati di Fratelli d'Italia erano tutti presenti, tolti i cinque in missione (su 116 hanno quindi votato in 111).
Quattro invece i deputati della Lega assenti al momento del voto e quattro in missione (su 56 hanno partecipato al voto in 48), mentre sono due i deputati di Forza Italia che non hanno partecipato al voto (su 53 hanno votato in 51). Deputati di Noi Moderati tutti presenti e votanti: 8 su 8. Tra gli azzurri assenti al momento del voto Deborah Bergamini e Francesco Cannizzaro (che dai tabulati non risultano in missione), e tra i leghisti mancavano Antonio Angelucci, Vanessa Cattoi, Vannia Gava e Valeria Sudano (anche loro assenti ma non in missione).
Compatti i deputati di Fratelli d'Italia: nessun assente e 5 erano in missione, tra loro figura anche la premier Giorgia Meloni. In missione, quindi assenti "giustificati", sempre dai tabulati della votazione, risultano: Giangiacomo Calovini, Edmondo Cirielli, Giorgia Meloni, Eugenia Roccella, Giulio Tremonti di FdI; Mirco Carloni, Federico Freni, Giancarlo Giorgetti, Nicola Molteni della Lega.
A conti fatti, considerando le assenze, all'appello mancano almeno una trentina di voti nel centrodestra.
La premier Giorgia Meloni ha affrontato apertamente il tema dei voti mancanti nella sua maggioranza. "Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione", ha scritto in un post sui suoi profili social.
Vertice di maggioranza imminente
Alla vigilia del voto, Meloni aveva fatto trapelare un messaggio agli alleati, secondo diversi retroscena: più o meno lasciava intendere che se la maggioranza fosse andata sotto nel voto a scrutinio segreto sulle preferenze sarebbe stata pronta ad andare al Quirinale. Quando però ha lasciato Palazzo Chigi ieri sera, i suoi hanno assicurato che l'idea di andare da Sergio Mattarella non è sul tavolo. E che adesso prevale "la responsabilità di governare il Paese". Ecco perché nelle ultime ore si rincorrono le voci di un imminente vertice di maggioranza. Per fare il punto dopo la sconfitta alla Camera e serrare i ranghi.
Formalmente non si è consumata una sconfitta del governo, ma della maggioranza. E in casi simili la prassi parlamentare non prevede in automatico l'apertura di una crisi. Significa che un governo può restare in carica anche dopo essere andato sotto su un emendamento, per quanto rilevante. Lo ha ricordato Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati: "La mia esperienza mi porta a ricordare numerosi casi in cui il Governo e la maggioranza dell'epoca sono stati battuti su emendamenti significativi, come quello relativo alle preferenze. Ciò non ha impedito a quei governi di proseguire il proprio lavoro". Lo stesso Lupi riconosce però che "ogni volta che una maggioranza va sotto su un provvedimento, ciò assume un significato politico rilevante".
Il Quirinale osserva la situazione con attenzione ma a distanza, senza interventi pubblici. È la conseguenza del quadro formale: non essendosi consumata una sconfitta del governo in senso tecnico, non si attivano automatismi istituzionali. Ogni scenario è aperto, tuttavia, al momento: anche elezioni anticipate a giugno o quantomeno un chiarimento in Parlamento.
Nel mentre Ignazio La Russa, presidente del Senato, fa notare che nel merito della questione la partita non è ancora chiusa: "Alla luce del voto sulle preferenze ricordo, da presidente del Senato, che nel bicameralismo esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera. Ovviamente con un voto favorevole, che per il regolamento del Senato non consente sul punto il voto segreto e rende perciò palesi gli intendimenti dei singoli senatori".
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