Legge elettorale, bocciato l’emendamento sulle preferenze. È caccia ai trentuno franchi tiratori
15 luglio 2026
- a
- a
- a
I volti dei deputati di FdI dopo che Rampelli, presidente d’Aula per l’occasione, ha annunciato la bocciatura dell’emendamento che prevedeva l’introduzione delle preferenze racconta meglio di mille editoriali l’atmosfera che si respira in Aula. L’emendamento, presentato da FdI, Noi Moderati e Udc, prevedeva insieme al capolista bloccato, la possibilità di barrare fino a tre preferenze della stessa lista. L’Aula però, con voto segreto, l’ha bocciato, per un solo voto: 188 no contro 187 sì. La lettura del voto è semplice: da una parte c’è l’opposizione che, dopo aver annusato l’occasione, ha fatto il suo gioco votando compatta. I franchi tiratori sono dall’altra parte dell’emiciclo e siedono tra i banchi di Lega e Forza Italia; secondo i calcoli sarebbero 31. Non a caso i due partiti che fino all’ultimo non avevano nascosto le proprie perplessità sul tema delle preferenze. E il motivo è presto detto: il sistema favoriva i grandi partiti penalizzando i piccoli. Tra i corridoi del Transatlantico però è subito nato un piccolo giallo.
Tra i deputati di maggioranza infatti c’è chi è convinto che anche i vannacciani abbiano votato No. I deputati di Futuro Nazionale a riprova della loro lealtà hanno dalla loro i video fatti in Aula mentre schiacciavano il tasto del Sì, ma c’è chi dubita anche di quelli, «li hanno fatti quando avevano già votato». Resta comunque una questione di contorno. Rileggendo col senno del poi il messaggio social con cui Giorgia Meloni aveva sfidato «le opposizioni a non chiedere il voto segreto», era più rivolto ai suoi che agli avversari. Forse la premier aveva intuito che per qualche deputato la paura della disoccupazione avrebbe avuto il sopravvento sulla responsabilità verso la maggioranza. Questa bocciatura si poggia su più pilastri. C’è il deputato che ha paura di non essere ricandidato, c’è quello che ne ha la certezza, c’è chi sa di non poter contare su una base elettorale, e quindi sulle preferenze, c’è il dissenso politico. Un dissenso che va in due direzioni: verso la legge elettorale e verso il governo. Sì perché con questa legge elettorale i piccoli partiti se perdono, perdono male. Mentre col Rosatellum si vince male, ma si perde un pochino meglio.
Poi c’è stato un dissenso verso il governo perché questo voto sembra aver fatto da sfogatoio per una serie di malumori che si erano accumulati durante la legislatura. Poi c’è la questione quote rosa. Un tema che deve aver pesato per alcune deputate che aveva la certezza, senza il famoso 60-40, di non trovare un posto in lista nel 2027. Devono aver pesato anche le tensioni interne ai partiti, sia nella Lega che, soprattutto, in Forza Italia. La premier, in serata, rivendica la scelta fatta: «Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci».
Subito dopo la bocciatura arriva la mano tesa del presidente del Senato Ignazio La Russa che ricorda come nel bicameralismo esista «la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera. Ovviamente con un voto favorevole che per il regolamento del Senato non consente sul punto il voto segreto e rende perciò palesi gli intendimenti dei singoli senatori». Il messaggio della maggioranza è di andare avanti. Ieri infatti la seduta è proseguita fino a mezzanotte e anche oggi è prevista la seduta notturna con l’obiettivo di chiudere entro domani. Sempre per oggi è stato fissato un vertice di maggioranza. Sarà quella la sede per capire se ci sono o meno i presupposti per andare avanti.