Intervista a Luciano Floridi: «Da Pompei a Vico lezioni per il futuro»

Dove stiamo andando? E soprattutto: quale mondo stiamo costruendo mentre l’intelligenza artificiale entra stabilmente nelle nostre vite, nelle aziende e nei territori? Per affrontare queste domande torna “Orbits – Dialogues with Intelligence”, la piattaforma di dialogo firmata Action, guidata dal filosofo Luciano Floridi e dalla Ceo di Action Network, Manuela Ronchi. Due gli appuntamenti incentrati sul tema “Habitat. Disegnare la società post-AI”: giovedì 16 luglio alle 19 al Teatro grande di Pompei con lo show-how di Luciano Floridi, mentre alle 10 di venerdì 17 luglio al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa sono in programma una serie di live talk che esploreranno il modo in cui l’Ai sta trasformando la società contemporanea.

Dopo due edizioni milanesi, Orbits arriva a Napoli per discutere il “Ridisegno della società post AI”. Perché proprio Napoli? Cosa rappresenta questa scelta?
«Mi pare una scelta ottima. Una domanda su ciò che vogliamo diventare si pone meglio dove il passato è così vivo come a Pompei e a Napoli. Qui Giambattista Vico scrisse la Scienza nuova nel 1725, sostenendo una tesi che trovo molto convincente: possiamo capire veramente solo ciò che facciamo e, di conseguenza, la storia, perché la storia la facciamo noi, secondo il principio verum ipsum factum: il vero e il fatto coincidono. È la premessa giusta per analizzare una società post-AI, perché ci ricorda che la costruiamo noi, possiamo comprenderla e, perciò, anche progettarla meglio».

Quanto siamo “Post AI”? A che punto del cammino ci troviamo?
«Confesso che “Post-AI” è un’etichetta che uso con prudenza. Non siamo ancora a un “dopo”, siamo ancora nel mezzo, una generazione anfibia, con un piede nell’analogico e uno nel digitale. Siamo in una fase di profonda trasformazione: oggi possiamo ancora cambiare rotta e modificare ciò che abbiamo realizzato, e le opzioni sono molte. Tra poco tutto si solidificherà, e cambiare sarà più difficile. Con l’AI siamo ancora lontani dall’avere una tecnologia ordinaria, ma ci arriveremo presto: diventerà come l’elettricità, di cui ci ricordiamo solo in caso di blackout, e sarà allora che avrà ridisegnato la società. Nel frattempo, dovremmo oscillare meno tra le estati degli entusiasmi e gli inverni delle delusioni, e imparare a progettare meglio il mondo che vorremmo».

Se cambia l’idea di persona cambia l’idea di responsabilità. Esiste il “male” dell’era digitale?
«Nel mio ultimo libro sostengo che ciascuno di noi è soprattutto un ricco pattern informativo, più esteso dell’“io” che chiamiamo coscienza: dati, relazioni, ricordi, tracce. La trovo più fedele: la persona resta intera, anzi si vede meglio. Quanto alla responsabilità, cambia, ma non nel senso in cui molti ne parlano, come se i sistemi digitali potessero avere colpe o meriti: quella è ottima fantascienza o cattiva filosofia. Resta umana, ma oggi più distribuita e più ampia. È più distribuita perché possiamo affidare un compito a una macchina, ma la responsabilità resta nostra, dato che esegue senza capire, a intelligenza zero. Più ampia perché, sul male, il digitale sposta un confine antico. Da sempre distinguiamo il “male naturale”, come i terremoti, dal “male morale”, generato dalle nostre cattive scelte, ma via via che impariamo a controllare la realtà e a prevederne gli sviluppi, molti mali naturali diventano morali: si pensi a chi muore di una malattia curabile perché il farmaco non è arrivato in tempo. È lì che dovremmo prestare più attenzione».

Un docente universitario ha scritto sul Corriere della Sera: “Stiamo delegando il ragionamento. Agli esami il grande assente era il senso”. Che cosa le suggerisce questa frase?
«Capisco il collega. Il problema nasce da come usiamo la tecnologia. L’analogia del navigatore è illustrativa: da quando c’è il GPS arriviamo dove vogliamo ma sappiamo sempre meno come, perché abbiamo affidato l’orientamento alla macchina e smesso di allenare il nostro. Saper leggere una carta stradale non è più richiesto. Con il ragionamento può accadere lo stesso quando ci accontentiamo delle risposte e rinunciamo a capirle o criticarle. Ritorna Vico: si conosce ciò che si fa. Il prezzo della democratizzazione del sapere è che le risposte diventano di tutti, mentre la comprensione critica e costruttiva continua a richiedere tempo e non si può “industrializzare” o “ottimizzare”. Così consultare un’applicazione prima del medico va benissimo, purché non la si prenda come scorciatoia. “Il grande assente era il senso”, scrive il collega, e la parola è giusta: “senso” significa sia significato sia direzione. La buona notizia è che dipende da noi: da come progettiamo gli strumenti e da come formiamo chi li usa. Riprendersela con l’AI è come accusare l’automobile del fatto che siamo ingrassati».

I premiati, in genere, insegnano agli altri, quando non pontificano. Ribalto la domanda: lei cosa sta già apprendendo dal ricevere un premio prestigioso e anche pop, come lo Strega?
«Anzitutto una confessione. Abbiamo tutti sogni ambiziosi, ma vincere lo Strega non era proprio tra i miei. Sono rimasto attonito. La sorpresa mi ha ricordato che essere letti e ascoltati è una responsabilità enorme, da onorare con cautela. Quanto più si è visibili, tanto più si dovrebbe avere la consapevolezza che le proprie parole saranno prese sul serio, che una sciocchezza farà più danno, e che correggersi e scusarsi per un errore è ancora più importante. Lo Strega è un premio prestigioso e popolare, e la filosofia ha un rapporto delicato con la popolarità: parlare a molti senza semplificare fino a tradire le idee trattate è talvolta più difficile che scrivere per i colleghi. Quello che ho imparato è che, se non ci riesco, la colpa è solo mia».

Tra vent’anni, quale decisione presa oggi sull’intelligenza artificiale giudicheremo come il nostro più grande errore?
«L’errore più grande, temo, sarà prosaico: avere una tecnologia straordinaria e non riuscire a distribuirne i benefici, dalla formazione alla salute, dal lavoro all’ecologia, lasciando i guadagni a pochi e i costi a tutti. Ci saremo affannati per anni a chiederci se l’AI ci avrebbe resi schiavi, come nei film, e avremo trascurato la domanda più semplice e seria: a chi serve davvero, e chi rischia di restarne fuori. Sarebbe un male tutto umano e morale, di quelli che si possono prevedere e, con un po’ di buona volontà, anche evitare. E i mali umani, a differenza dei terremoti, qualcuno prima o poi deve spiegarli».