Coez dal rooftop (che non scotta): “In trenta sul tetto e senza tune. A cercare la vera essenza del live”

Cernobbio (Como) – Musica dall’alto. Il terzo capitolo di “From the Rooftop” Coez l’ha realizzato su una terrazza con vista sui tetti di Firenze e domani lo propone (a pelo acqua o quasi) sul palco del Lake Sound Park di Cernobbio, prima tappa lombarda di un cammino che lo vede in scena pure a Gardone Riviera, per “Tener-a-mente“, il 25 e 26 luglio più l’1 e 2 agosto, e a Mantova, per il Summer Festival, il 28 agosto. “Come progetto, “From the Rooftop“ è nato dieci anni fa, quando facevamo musica per YouTube perché era il modo in cui la gente ascoltava i nostri dischi nel mondo underground – racconta l’eroe de “La musica non c’è”, all’anagrafe Silvano Albanese, nato a Nocera Inferiore 43 anni fa e trapiantato a Roma –. Il “roof“ cattura quella sensazione di adrenalina data dal fatto di non poter sbagliare davanti a trenta persone. Scopro cosa mi piace di una situazione mentre la faccio: cerco di capire se una canzone mi appartiene ancora o se la sto portando avanti solo per inerzia. Se una cosa non mi convince, ad esempio nella parte video, cerco sempre di evolvere e cambiare. Per questo terzo volume abbiamo scelto un albergo in centro a Firenze proprio perché volevamo creare qualcosa di nuovo rispetto ai lavori precedenti, realizzati a Roma”.

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Coez (foto Tommy Biagetti)

Che esigenza si porta dietro un progetto così?

“All’inizio era solo un format con il mio chitarrista e una loop station sui tetti; volevamo dare alle canzoni una veste più intima ed emotiva, specialmente quando l’album ufficiale spingeva verso una dimensione più pop e radiofonica. Ma non si tratta di un “Mtv Unplugged“ perché, anche se sul tetto portiamo archi e pianoforte, suoniamo pure chitarre elettriche, basso e sintetizzatori. L’intento è far arrivare la musica in modo più scarno, come accade a teatro e non accade nei palazzetti dove la musica, invece, deve spingere forte”.

Quali sono le difficoltà tecniche del registrare un intero album su un tetto in presa diretta?

“Registriamo audio e video assieme, in presa diretta. Quindi, ciò che scegliamo è quel che poi il pubblico vede. Sul tetto siamo anche in trenta e si crea un’adrenalina particolare perché, se uno sbaglia, manda all’aria il lavoro di tutti. Una cosa che ho preteso, anche se è stato difficile spiegarlo a chi lavora con me, è di non usare “tune“ o elementi artefatti. Oggi non siamo più abituati a sentire un album senza correzioni, ma io volevo che rimanesse intatta la vera essenza del live, comprese le stonature. Ecco perché il suono di questo rooftop è diverso da quasi tutti gli altri dischi sul mercato, perché non c’è niente d’artefatto”.

In questo terzo volume ha scelto Colombre come direttore artistico e ha collaborato con California.

“Per scegliere i brani con Colombre ci abbiamo messo quasi un anno, scartandone tantissimi perché in una veste scarna non tutte le canzoni vengono bene. La collaborazione con California, invece, è stata un segno del destino: ci siamo sentiti un anno fa dopo Sanremo proprio mentre ero in cerca di una partner per la cover di un pezzo rap del ‘98. Lei ha quelle cadenze hip-hop anni ‘90 difficili da trovare e quindi m’è sembrata subito perfetta per il brano”.

Com’è nata invece la collaborazione con Zero Calcare per la colonna sonora della sua serie “Due spicci”?

“Ci conosciamo da tanto, siamo entrambi di Roma. Anni fa volevo che mi facesse un minuto di cartone animato, ma lui non sapeva ancora come si faceva. Col pensiero ad una sua vecchia serie tv, gli ho mandato un pezzo rock dell’ultimo album, “1998“, ma lui mi ha detto che per il nuovo progetto Netflix cercava altro. Gli ho fatto sentire “Ci vuole una laurea“, brano con delle vibrazioni anni ‘90 che sapevo potevano sposarsi bene con i suoi gusti, e lui l’ha scelto subito”.

Verso quale direzione si sta evolvendo la sua musica?

“Mi sto spostando verso un mondo più suonato e minimale: gli ultimi concerti a Londra, ad esempio, sono stati fatti senza sequenze e senza click. Credo che i posti ideali per suonare siano i teatri e le arene. Nei palazzetti bisogna spingere molto, mentre in queste situazioni si può suonare meno forte ma far sentire tutto: la voce, il piano, il basso. È un’esperienza diversa dove si può finalmente lasciare spazio agli strumenti”.