La Calabria sfida Trump, Occhiuto: «I medici cubani restano qui o chiudiamo gli ospedali»

I medici cubani reclutati dalla Calabria diventano un caso diplomatico. Con la Regione che si oppone alla pressione degli Stati Uniti per porre fine alle missioni mediche, sostenendo di non poter perdere quei dottori. «Fino a tre anni fa è stato un disastro. Tenevo aperto il pronto soccorso tutto da solo. Senza i medici da Cuba sono costretto a chiudere», racconta all’Associated Press il primario dell’ospedale di Polistena Francesco Moschella, ricordando i giorni precedenti al loro arrivo nel gennaio 2023.

I contrasti

La Calabria è una delle poche zone in Europa nella quale Cuba invia personale medico nell’ambito di un programma che gli Usa vogliono eliminare. Lo Stato dell’America centrale ha più medici per abitante di quasi qualsiasi altro Paese al mondo: circa 9,5 ogni 1.000 persone, secondo i dati dell’Oms, quasi tre volte la media Ocse, con un modello di prevenzione basato sulla comunità studiato dai sistemi sanitari internazionali. Il Paese invia da decenni i suoi medici in nazioni in via di sviluppo come il Gambia e il Venezuela, richiesti per le loro capacità di fornire cure con risorse limitate, e oltre 200 prestano servizio in ospedali isolati in tutta la Calabria, dove la carenza di operatori locali ha obbligato alla chiusura di presidi a causa della carenza di personale. E ora il presidente della Regione Roberto Occhiuto annuncia che 63 medici cubani, alcuni precedentemente impegnati nella missione medica internazionale, hanno presentato domanda per continuare a lavorare autonomamente nel servizio sanitario locale, che si avvale dei «doctores» anche dopo la fine della pandemia nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per porvi fine.

La missione

A emergenza Covid conclusa, infatti, la Calabria ha scelto di proseguire la collaborazione spingendo i funzionari statunitensi a recarsi in missione, innescata dalle critiche di Washington che definisce il programma una fonte di entrate per il governo socialista che l’amministrazione di Donald Trump ha isolato e sottoposto a sanzioni. Il segretario di Stato Marco Rubio l’ha definita «una forma di tratta di esseri umani», facendo riferimento al fatto che il governo cubano tratterrebbe una parte consistente degli stipendi dei medici e, secondo alcune accuse, in alcuni casi confischerebbe anche i loro passaporti. Mentre il Dipartimento di Stato statunitense dichiara all’Associated Press che «le brigate mediche cubane rappresentano una fondamentale fonte di valuta estera per un regime in difficoltà» e spiega di condividere con i Paesi partner informazioni su questa «preoccupante realtà». Occhiuto, per contro, pur riconoscendo che il socialismo cubano non rispecchia le sue idee politiche, sostiene che la sanità della Regione dipende da quei medici. «Ho avuto pressioni anche durante l’amministrazione Biden. Ma sono aumentate sotto Trump», sottolinea. A febbraio il governatore ha ricevuto la visita dell’incaricato d’affari statunitense per Cuba, Mike Hammer, accompagnato dal console generale americano a Napoli, nell’incontro Washington ha insistito sulla necessità di soluzioni alternative per l’assunzione di personale sanitario internazionale. Occhiuto ha spiegato a Hammer che il suo governo sta lavorando su incentivi per riportare i medici calabresi a casa, «ma allo stesso tempo ho ribadito che ho bisogno di tenere aperti gli ospedali e intendo mantenere in servizio i medici cubani che attualmente lavorano in Italia». Nonostante il turismo in crescita e un’economia agricola solida, i salari in Calabria sono circa il 30 per cento inferiori alla media italiana, il tasso di disoccupazione è il doppio rispetto al dato nazionale e la regione è ultima in Italia per accesso alla sanità pubblica, dicono i dati del ministero della Salute. Secondo Occhiuto sarebbe necessario aumentare fino a mille il numero dei medici cubani, ma il presidente avrebbe rinunciato all’iniziativa per evitare ulteriori tensioni con Washington.

Le testimonianze

Tra i dottori intervistati dall’Associated Press c’è Zoila Yakelin Arevalo Cruz, specialista in medicina d’urgenza, che nel 2023 ha lasciato il figlio a Cuba per trasferirsi a Polistena, lavorando nel pronto soccorso che assiste circa 30 mila pazienti ogni anno e nel quale sei medici cubani costituiscono metà dell’organico. «Non immaginavamo che la carenza di medici fosse così grave - racconta - In questo ospedale si aspettava anche otto o dodici ore. Oggi, grazie al nostro lavoro, nella maggior parte dei casi un medico visita il paziente in meno di un’ora». La Calabria ha firmato contratti individuali con i medici e deposita gli stipendi sui loro conti bancari italiani, anziché versare i fondi all’agenzia governativa cubana che gestisce le missioni, e i «doctores» riferiscono che continuano a inviare fino a metà del loro stipendio al governo: «Siamo tutti consapevoli della situazione economica che Cuba sta attraversando. È un contributo che diamo volontariamente, perché Cuba ci ha formati, ci ha educati e ci ha fatto diventare medici», afferma Arevalo Cruz. Sentimento condiviso dalla cardiologa Daisy Luperon Loforte: «Non ci consideriamo affatto schiavi dei tempi moderni, come qualcuno ci ha definito. Amiamo il nostro Paese, diamo un contributo economico e lo facciamo volentieri». L’Italia non è l’unico Paese su cui gli Stati Uniti fanno pressione perché interrompa la collaborazione con Cuba. A marzo, la Giamaica ha posto fine a un accordo di cooperazione medica durato cinquant’anni che ha coinvolto quasi 300 operatori sanitari.

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