Roma: «Con Versalis non replicare gli errori del passato, si lavori subito per creare una vera filiera»
Non ripete gli stessi errori del passato e creare davvero una filiera legata al nuovo ciclo produttivo nel polo petrolchimico. A spiegarlo è Giuseppe Roma, una laurea in architettura ed un lunghissimo curriculum nel quale trovano posto la presidenza della think tank Rur (Rete Urbana delle Rappresentanze-Urban Research Institute), la vicepresidenza del Touring Club Italiano, l’insegnamento di Gestione urbana a Roma 3, dopo la direzione generale della Fondazione Censis e oggi anche la presidenza dell’Associazione delle imprese culturali e creative di Confindustria.
Professore, lo spegnimento definitivo dell’ultimo impianto Versalis segna la fine di un’epoca per la chimica di base a Brindisi. È realistica l’ipotesi della vendita degli impianti?
«Quando si spegne un sito produttivo c'è sempre nostalgia; si tratta di una ferita per il territorio e per il Paese. E poi, per chi ha memoria di come quel grande investimento cambiò Brindisi, pensare che diversi decenni dopo questa storia sia finita è una brutta cosa. Ma è la storia di tante città in cui l'industria pubblica non si è saputa trasformare e ha in qualche modo sfruttato il territorio e gli incentivi. Nel frattempo, le imprese pubbliche e le loro logiche sono molto cambiate, ma fa nostalgia assistere a quanto sta accadendo in una città che è passata da agricola a industriale in pochi anni. Detto questo, non credo assolutamente che i cadaveri possano essere resuscitati. Purtroppo non si è stati capaci di fare evolvere quelle capacità produttive e quelle competenze che si sono create. Chi ha lavorato per 10 o 20 anni in una grande impresa ha formato una competenza che va difesa e tenuta stretta. Se si spengono gli impianti, invece, sono quasi certo che nessuno li accenderà più. Ma quella zona industriale è nata sulla base di un'ipotesi sbagliata: si sosteneva che lo sviluppo del Mezzogiorno si sarebbe realizzato grazie al fatto, dato per scontato, che il polipropilene e i prodotti chimici realizzati in loco avrebbero gemmato piccole imprese, facendo nascere una filiera. La critica che veniva mossa a quei poli, invece, era che si trattasse di un'industria del Nord che voleva che lo Stato investisse nella produzione delle materie prime al Sud per poi trasformarle al Nord. Anche quella volta il Mezzogiorno è stato un po' truffato».
Perché fino ad oggi non sono nate filiere ma si è andati avanti una monocoltura industriale legata agli appalti come manutenzioni e pulizie?
«Perché per fare impresa ci vuole innanzitutto un'ambizione e una capacità, un “animal spirit”, un istinto che è legato anche alla povertà. Pensiamo al Veneto: sono diventati imprenditori perché non avevano da mangiare. Se inserisci un impianto industriale e dai, come a Brindisi, 5.000-7.000 stipendi fissi, la città comincia a vivere di lavoro dipendente. Se trasmetti un messaggio basato sul lavoro dipendente, diventa difficile che qualcuno decida di mettere su un'impresa e cominciare da zero. Il modello italiano di impresa viene dal basso: come quando ci si licenziava dalla Fiat per mettersi a fare bulloni. Se pensiamo all'impresa italiana non pubblica, non possiamo non ricordare che Barilla in origine era un fornaio e Marcegaglia raccoglieva rottami di ferro. Le imprese nascono dal basso, o da un bisogno o da una grande ambizione. Noi non abbiamo avuto né l'uno né l'altra. La politica dei poli industriali è fallita a Siracusa, a Taranto, a Gela, a Nuoro: tutti poli, su cui feci la mia tesi di laurea, che avrebbero dovuto formare economie circolari e cumulative. Un circuito dovuto al fatto che avevano la materia prima, ma la materia prima dell'impresa non è il ferro o la plastica: è la competenza. A Brindisi invece il fatto di aver avuto tanti dipendenti non ha creato la voglia di fare impresa, ma quella di fare il dipendente sindacalizzato. Questa, al di là di qualsiasi ideologia, è una situazione oggettiva. Non c'è un solo polo industriale degli anni Sessanta che abbia creato un tessuto di piccole e medie imprese. Le imprese nate in Toscana, in Emilia-Romagna, in Umbria, nel Veneto e in Lombardia sono nate da una tradizione. Pensiamo a Prato: c'era la tradizione della raccolta degli stracci per fare i tessuti ed è diventata un grande polo manifatturiero; Lecco è diventato un polo meccanico. Quella dei poli industriali è stata una scommessa che si è visto quasi subito che non avrebbe funzionato. Il fallimento delle grandi imprese non è cosa di ieri, si è solo trascinato nel tempo. Io ho sempre criticato questa logica di tutta la politica brindisina: l'idea di pensare sempre alle grandi imprese pubbliche, e quindi agli stipendi in settori a rischio. Pensiamo all'energia: dopo la Montecatini, diventata poi Montedison e in seguito Eni, abbiamo avuto l'Enel. Con gli stessi risultati. Del resto, secondo me era difficile che potesse nascere un'industria locale sulla sola base del fatto che fossero presenti le materie prime. Non so, onestamente, se Montedison o Eni abbiano mai promosso davvero l'utilizzo di queste materie con imprese locali; la mia impressione è che queste risorse, semplicemente, fossero destinate al Nord».
C'è il rischio che quanto già accaduto si verifichi anche con la filiera legata alle batterie?
«Se le iniziative vengono solo dall'esterno mentre l'unica richiesta locale è quella di posti di lavoro, si torna sempre allo stesso errore. Bisogna fare cose che si autoalimentano, non che campano con la spesa pubblica, perché i posti di lavoro che non sono legati a settori che non hanno mercato sono sempre a rischio. Allo stesso tempo, non possiamo sempre e solo ospitare impianti e, quando l'impianto viene spento, aspettare che qualcuno lo compri. Questo significa non aver voglia di scommettere su se stessi. Se si va verso le energie rinnovabili, serve una strategia congruente, sollecitando l'interesse di tanti giovani. Benissimo, quindi, la vertenza occupazionale, ma bisogna creare dell'altro se non vogliamo fare per la terza volta lo stesso gioco del passato. Dobbiamo imparare a fare in modo che, in parallelo all'investimento esterno, che speriamo sarà effettivamente realizzato, si sollecitino le condizioni per creare le famose filiere virtuose. Anche perché questa filiera delle rinnovabili è comunque meglio delle due precedenti; le rinnovabili sono il futuro del mondo, quindi il settore è buono. Però non limitiamoci a fornire solo le braccia che servono: mettiamoci pure un po' di testa e un po' di protagonismo. Brindisi ha 70-80mila abitanti: se riuscisse a mettere in piedi cento aziendine sarebbe una cosa grande. Non è facile, ma se non dai un impulso, la dinamica non viene da sola, né arriverà dall'imprenditore esterno che viene a fare la fabbrica: fino ad ora non è mai stato così. Al massimo puoi fare l'indotto delle imprese di pulizia, ma non l'impresa di filiera. Studiamo già da ora come realizzare filiere che abbiano una spinta sia dall'alto sia dal basso, unendo gli investimenti con la valorizzazione delle competenze delle persone».