Sinner, è lui il nostro campione del mondo

Il nostro mondiale è un ragazzo di montagna che sognava forse di diventare un nuovo Tomba ma poi mise gli sci in soffitta, prese una racchetta sola (sulla neve gliene servivano due), scese al mare e diventò Sinner: ha vinto per la seconda volta consecutiva, come hanno fatto solo i grandissimi da quando il tennis è una professione (cose da Federer, Djokovic e Alcaraz in questo secolo), il torneo più affascinante di tutti che è Wimbledon, che basta la parola.

L’ha vinto sul campo di erba battuta, che è un po’ rimasto verde e un po' no, specie sulle linee di fondo, da dove si serve e risponde e dunque il calpestio fa più deserto. L’ha vinto contro il tedesco Zverev, che poteva essersi liberato da quell’essere il miglior perdente in uno Slam dopo la prima volta pochi giorni fa a “Paris Roland Garros” che va detto così tutto insieme come “Roma Foro Italico”. Zverev, 29 anni, è della generazione di mezzo fra quella dei “Fab Four”, promuoviamo Murray anche se forse era un “Fab 3 e 1/2, e quella dei Sinner e suoi fratelli (per lo più italiani) o di quella muta di cuccioli che sta arrivando. Ci sono stati punti avvincenti, questo sì, anche se il match s’era avviato ed era andato avanti un bel po’ proibito a chi ama gli scambisti più dei “violenti” d’oggi, quando ogni sport richiede “violenza” (sportiva, s’intende). Ci sono state scivolate sui ciuffi spelacchiati, ci sono stati inviti dal box a Jannik di variare (e quanto a gamma di variazioni se Sinner ci si mette manco Beethoven che ne era Maestro), ci sono stati quei “pugnetti” che funzionano da “power bank” per il nostro campione.

Ma soprattutto c’è stato lui, che quando non è necessario fare di più inserisce il tennista automatico che ha dentro e che basta e avanza. C’è stato Sinner in questi giorni altrove mondiali che ci portano a una constatazione: quattro anni fa, all’altro mondiale senza Italia, i nostri ragazzi andavano alla scuola calcio (che troppo insegna di teoria e poco di pratica) sognando l’America del 2026, Gigio e qualche altro, pochi, specie là davanti. E invece veniva su Jannik, con tutti che lo seguono a prova provata che non è un caso fortuito ma il risultato di progetto: che l’erba di Wimbledon, pure se spelacchiata, sarebbe stata più verde di quella che la Fifa si venderà a zolle, perché tutto fa moneta, chi ci credeva quattro anni fa? Forse solo il presidente Binaghi… E adesso crediamolo tutti: Wimbledon ha una principessa che premia, ma il premiato è un re, la racchetta per scettro e la corona è un ciuffo rosso.
 

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