Ucciso a Porta Capuana, si consegna anche il killer: «Raid ordinato dal boss»
Non più una questione privata, confinata le mura domestiche, ma un affare di “sistema”. L’omicidio di Alessandro Grivano, ammazzato otto giorni fa a Porta Capuana con un colpo di pistola al petto, è stato solo l’ultimo atto di una storia di rancori insanabili. Ad accendere la scintilla dell’odio una relazione extraconiugale mai perdonata. Un’escalation asfissiante, durata quasi tre anni e scandita da intimidazioni capaci di far gelare il sangue.
È dal perimetro - apparentemente - blindato di un carcere di massima sicurezza che sarebbero partite minacce a prova di equivoco. La “firma”, del resto, era di quelle che non ammettevano sconti. Il ras e killer del clan Brunetti di Forcella, gruppo capofila della “paranza dei bambini”, pur di difendere l’onore della sorella sarebbe stato perentorio: guai a denunciare. La stesa compiuta a febbraio scorso sotto casa della vittima e della moglie rimase così una semplice annotazione nel cassetto di una caserma. Nessuna querela, nessuna indagine lampo.
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Cinque mesi più tardi quella stessa mano non ha però esitato a premere ancora il grilletto e per Grivano questa volta non c’è stato scampo. La sentenza di morte era stata eseguita, il tempo scaduto. Intanto sabato notte, dopo quasi una settimana in fuga, il presunto killer, il trentaduenne Ernesto Maddaloni, ha gettato la spugna presentandosi in questura insieme ai propri legali, gli avvocati Leopoldo Perone e Simone Grossi. Poche ore prima il giudice, convalidandone il fermo, aveva disposto il trasferimento in carcere della compagna e complice Eliana Brunetti, assistita dal penalista Giuseppe Ricciulli.
Le accuse
È un viaggio nel baratro e senza ticket di ritorno, quello che viene fuori dal decreto di fermo emesso dal sostituto procuratore Stella Castaldo, che ha coordinato le indagini condotte dai poliziotti della Squadra mobile, guidati dal primo dirigente Mario Grassia. Nel provvedimento precautelare che ha colpito Maddaloni e Brunetti viene descritta per filo e per segno la traiettoria di una stagione di fibrillazioni in bilico tra rivalità familiari e condizionamenti della criminalità organizzata. L’apice dell’escalation sarebbe stato raggiunto, prima dell’agguato mortale teso la notte del 4 luglio, a febbraio scorso. È in quel frangente che un commando piomba sotto casa del target e della moglie. In sella allo scooter ci sono due uomini, uno di loro è armato fino ai denti e spara senza esitazione contro l’abitazione della coppia. Il fatto che in casa fossero presenti anche due bambini era un «dettaglio irrilevante». Sulla scena si precipitano i carabinieri, che invitano le vittime a sporgere denuncia. Quella mano tesa dallo Stato non verrà però mai accolta. La moglie di Grivano, infatti, «non ha proseguito con l’azione punitiva in ragione delle gravi intimidazioni che il marito aveva ricevuto, provenienti dal fratello di Eliana Brunetti, detto “’o chicc”, ristretto in carcere», scrivono gli inquirenti. Il riferimento, netto, è a Manuel Brunetti, esponente di punta della famigerata “paranza dei bambini”: il clan dei ragazzi senza futuro che, giurando fedeltà al babyboss Emanuele Sibillo, ha tenuto fino al 2015 sotto scacco le strade di Forcella e del Mercato a suon di piombo e sangue.
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La testimonianza
Oltre all’imponente mole di immagini di videosorveglianza che hanno ricostruito i movimenti del maxi-scooter su cui quella notte viaggiavano i killer, agli atti dell’inchiesta c’è soprattutto la testimonianza della moglie della vittima. Un racconto intriso di dramma e coraggio, quello messo a verbale da una donna che, nonostante il dolore che l’aveva appena travolta, non ha esitato ad aprirsi con la polizia: «Da qualche settimana c’erano voci del quartiere, ma anche direttamente da Alessandro, che il marito della sua ex amante voleva sparargli», ha spiegato a caldo, aggiungendo: «Alessandro ha avuto una storia con Eliana Brunetti durata circa due anni. Da quando è terminata, io e lui ci siamo riappacificati».
A qualcuno, però, quel tradimento non sarebbe mai andato giù. Dal desiderio di vendetta agli spari sotto casa il passo è stato breve: «Uno di loro ha alzato il viso e ho riconosciuto Ernesto Maddaloni che aveva una pistola. Gli ho detto che mio marito non era in casa, lui ha iniziato a insultarmi e esplodere più colpi d’arma da fuoco contro la finestra. Mi sono buttata a terra e li ho sentiti andare via».
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Il vortice di violenza nelle settimane a seguire si sarebbe addirittura esteso, coinvolgendo anche la consorte di Grivano. Ed è in questo frangente che, per motivi ancora al vaglio della Procura, sarebbe entrata in gioco la sorella dei ras Brunetti che, secondo gli inquirenti, «aveva reso chiaro il sentimento di astio e vendetta». La vedova in almeno un’occasione sarebbe stata quindi pedinata in strada e affrontata a viso aperto. Una minaccia diretta poi riferita a Grivano, al quale Eliana Brunetti disse «che l’avrebbe voluta accoltellare». La fine della fuga di Maddaloni chiude il cerchio su una notte di follia. Resta l'immagine di un delitto nato tra le lenzuola e consumato con la ferocia del "sistema”.