Una ‘Casita’ di gioia e orgoglio latino. Bad Bunny, l’eroe che fa ballare l’Italia

Bad Bunny (Benito Antonio Martínez Ocasio), 32 anni, ieri sera a Milano. Nella foto in alto la “Casita“, cuore dei suoi show

Bad Bunny (Benito Antonio Martínez Ocasio), 32 anni, ieri sera a Milano. Nella foto in alto la “Casita“, cuore dei suoi show

Milano, 18 luglio 2026 – Era più o meno un secolo che in Italia il nome Benito non risuonava fra la gente con tanta fragorosa intensità. Ma quando ieri sera Bad Bunny, Benito Antonio Martínez Ocasio per l’anagrafe di quella Bayamón dov’è nato trentadue anni fa, è comparso sul palco dell’Ippodromo Snai La Maura l’onda d’urto dei 78mila – un solo coro che canta in spagnolo – assiepati sottopalco dalla mattina è stata implacabile. Lui saluta “mamma e papà”, constata il “calor” mentre il suo chitarrista omaggia l’Italia sulle note di Volare.

Se nelle foto l’idolo portoricano indossa spesso la pava, il cappello di paglia usato dai “jibaros” per proteggersi dal sole durante il lavoro nei campi, sui palchi di questo Debí Tirar Más Fotos World Tour in replica stasera (straesaurita da mesi come la prima, 157.000 i fan a Milano in totale), BB preferisce un completo color sabbia di gran taglio e occhiali da sole griffati per tirare tutti nel suo mondo con La Mudanza. Canzone, questa, di orgoglio e radici, nel nome di Eugenio Maria de Hostos, “El Gran Ciudadano de las Américas ”, il grande cittadino delle Americhe, morto nel 1903 nella Repubblica Dominicana e seppellito nel Pantheon Nazionale di Santo Domingo con la tassativa richiesta di essere traslato in patria solo il giorno in cui Porto Rico ritroverà la sua piena sovranità tornando a essere La Isla del Encanto e non quella contraddizione geopolitica che è oggi, uno Stato Libero Associato agli Stati Uniti.

7C69A320510301FD51457D4C25C20C6C-109094018

Bad Bunny

Non proprio musica per le orecchie della Casa Bianca già messa con le spalle al muro da “Ben” lo scorso febbraio durante l’intervallo del Super Bowl, portando nelle case di 128 milioni di telespettatori una rivendicazione d’identità e radici con un set tutto in spagnolo che ha trascinato Presidente e mondo Maga sull’orlo di una crisi di nervi (assolutamente terribile, uno dei peggiori di SEMPRE!” ha tuonato, maiuscole incluse, Trump su Truth subito dopo l’esibizione) considerando l’eroe di Baile inolvidable e le sue canzoni del tutto inadeguati alla platea del più seguito evento sportivo del paese. Ma la National Football League e, soprattutto, Rock Nation, la società fondata da Jay-Z che dal 2019 sceglie il protagonista dell’Halftime Show, sapevano perfettamente quali ricadute avrebbe avuto quei tellurici 14 minuti di performance sui 5,8 milioni di portoricani che vivono negli Stati Uniti e sull’immensa audience latina davanti al teleschermo.

In un sistema mediatico globale come quello di oggi, infatti, la cultura pop non è neutrale. Lo ricorda la cosiddetta “rivolta del reggaeton“ che sette anni fa ha mandato a casa il governatore di San Juan, Ricardo Rosselló, per una serie di considerazioni sessiste, omofobe, offensive verso il popolo portoricano affiorate da alcune conversazioni private su Telegram. Bad Bunny, che al tempo era in tour in Europa, mollò tutto per rientrare a casa e scendere in strada con la sua gente. Perché “la legittimità morale e culturale di un artista si gioca anche nella relazione con la comunità di cui è parte” come notano la giornalista di Sky Valentina Clemente e Marco Falivelli nel loro recente saggio Saoco! focalizzato proprio sulla tropicalizzazione della musica urban da parte di Ocasio & Co., leader di un popolo di latinos come quelli piovuti ieri sotto al sole milanese per festeggiare a ritmo salsa, trap e reggaeton il più grande eroe caraibico in hit-parade. Il cantautore che, affiancato ai Los Sobrinos y Los Pleneros de la Cresta che lo accompagnano pure nell’ultima fatica discografica Debí tirar más fotos, primo album tutto in spagnolo della storia a vincere il Grammy, infila una dietro l’altra Pitorro de coco, Weltita, Turista, Nuevayol prima di liberarsi del completo elegante e spostarsi in abiti sportivi ne “La Casita“ collocata in mezzo al popolo in deliquio.

La “casetta“ dei sogni dei fan è una copia di quella abitata ad Humacao dall’ottantaquattrenne Román Carrasco Delgado, per tutti Don Román, attualmente attore in una causa contro Bad Bunny da 6 milioni di dollari: s’era visto chiedere l’abitazione solo per le riprese del cortometraggio di 11 minuti pubblicato sui social a supporto del lancio di Debí tirar más fotos, ora se la trova meta di pellegrinaggio del popolo di Bad Bunny affamato di selfie. Nonnetto un filo ingeneroso viso che frattanto il valore dell’immobile è schizzato nella galassia.

Nella riproduzione dell’edificio realizzata per il Super Bowl e per il tour – 57 date, due milioni e mezzo di biglietti venduti e nessuna tappa negli Stati Uniti – ospiti nel patio assieme ai fan più fortunati pescati a caso tra il pubblico si sono visti nelle scorse date, fra gli altri, amici vip come Penélope Cruz, Javier Bardem, Chiara Ferragni, LeBron James, Leo Messi, Salma Hayek, Jessica Alba, Novak Đoković per dimenarsi assieme a lui mentre canta Tití me preguntó, Bichiyal e molte altre ancora. Bollente “Casita” rosa, ubicata per due sere a La Maura ma ben geolocalizzata nel cuore di Caraibi.